Ossimori, stratificazioni e idee del genio di Casarsa. A quarantacinque anni dalla morte di Pasolini.

MOSTRE: A ROMA TRE MOSTRE DEDICATE A PASOLINI
MOSTRE: A ROMA TRE MOSTRE DEDICATE A PASOLINI

“Il monoteismo contadino dopo esser stato per tanto tempo modulo e strumento di potere viene buttato a mare dal potere industriale. Strano! Un modello di un “consumatore” non può piú essere un modello di dignità paterna! Il consumatore deve essere un uomo leggero, infantile, volubile, curioso, giocherellone, credulo. Il compratore è sostanzialmente una fanciulla. S’infrange il monoteismo col padre che dà, non prende; s’infrange con i suoi domini storici della piccola borghesia occidentale e rossa, lasciando il posto a un politeismo dei Beni donati da un Padre che non vuol farsi imitare?”

               Da Che fare col «buon selvaggio», L’illustrazione italiana, CIX, 3, febbraio-marzo 1982 (orig.1970)

L’Italia – al di fuori naturalmente dei tradizionali comunisti – è nel suo insieme ormai un paese spoliticizzato, un corpo morto i cui riflessi non sono che meccanici. L’Italia cioè non sta vivendo altro che un processo di adattamento alla propria degradazione. […] Tutti si sono adattati o attraverso il non voler accorgersi di niente o attraverso la più inerte sdrammatizzazione.

Da Abiura dalla Trilogia della vita, Corriere della Sera, 9 novembre 1975; citato in Trilogia della vita. Le sceneggiature originali de Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il Fiore delle Mille e una notte, Garzanti, Milano, 1995, p. 773.

Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso… Ma sono tutte iniziative pratiche, utilitaristiche, in definitiva non politiche. La strada maestra, fatta di qualunquismo e di alienante egoismo, è già tracciata. Resterà forse, come sempre è accaduto in passato, qualche sentiero: non so però chi lo percorrerà, e come.

Da Luisella Re, Pasolini: Il nudo e la rabbia, Stampa sera, 9 gennaio 1975.

La società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicava la castità dell’uomo) si è sostituito il mito della donna aperta e vicina, sempre a disposizione. Al trionfo dell’amicizia tra maschi e dell’erezione, si è sostituito il trionfo della coppia e dell’impotenza. I maschi giovani sono traumatizzati dall’obbligo che impone loro la permissività: cioè l’obbligo di far sempre e liberamente l’amore. (da Soggetto per un film su una guardia di PS; p. 104)

La difficoltà di affrontare con serietà la pubblicistica su Pasolini – e, quindi, una parte non secondaria di ciò che lo riguarda – risiede fondamentalmente nella quantità e qualità di manipolazioni e falsificazioni perpetrate sul suo pensiero e sulla sua figura di intellettuale, spesso senza intenzionalità alcuna, ma principalmente per mancanza di sintonia col suo messaggio. Si è prodotto tutto un filone, minoritario ed intellettualmente debole, ma proprio per questo da rimuovere definitivamente, che ha cominciato a definire Pasolini come un reazionario, anche se di “sinistra”. In verità, lo sappiamo, fu proprio lui ad usare l’ossimoro come provocazione. Tuttavia, mentre la provocazione non è stata proprio recepita, ciò che è rimasto del suo messaggio è stato derubricato come un allontanamento dai valori in cui egli aveva sempre creduto. Una cosa da dire subito è che se c’è stato in Italia un intellettuale che conoscesse veramente, concretamente e senza opportunismi il marxismo, questo è stato proprio Pasolini.

Rimane da constatare, e noi lo faremo, se non fosse quello del PCI e dei fascisti (dei cattolici parleremo poi), – in una unione rossobruna ante litteram – un giudizio eminentemente reazionario, questo si, sull’uomo e l’intellettuale Pasolini. Una spasmodica ricerca di conformarsi all’ordine dominante per potervi entrare, nel primo caso, per mantenerlo saldamente in piedi, nel secondo.

Queste operazioni sono state portate avanti da destra estrapolando, decontestualizzandole, alcune frasi e parole di Pasolini per cambiarne segno e significato. Se lo scrittore fosse stato uno di loro, allora perché attaccarlo brutalmente, sistematicamente, istericamente, anche sul piano fisico quand’era vivo?

Da sinistra, invece, si è agito in maniera diversa, ma convergente: accusarlo di non volere il progresso, cioè di essere un retrogrado, fingendo di non saper leggere o ascoltare le sue parole che ben definivano, dopo attenta ed analitica distinzione, i concetti di progresso e sviluppo come fondamentalmente antitetici, radicalmente divergenti ed addirittura in irriducibile opposizione. Questa falsa coscienza della altrettanto falsa sinistra istituzionale è sempre stata la contraddizione fondamentale in cui questa parte sociale si è dibattuta: appoggiare, e fino a che punto, le forze della borghesia regalando loro l’aggettivo-giustificativo di “illuminata”, così, tanto da non far vomitare la parte più sveglia dei propri seguaci.

Anche il mondo cattolico, tuttavia, da bravo nucleo sociale di peccatori incalliti non è stato da meno, cannibalizzando l’opera culturale ed intellettuale di PPP, già dai tempi della rivista Il Sabato. Gli spunti polemici e le argomentazioni provocatorie che avevano al centro la religione e la fede e spessissimo attaccavano proprio l’establishment clericale nel suo insieme privo di requisiti culturali all’altezza dei compiti da assolvere, che avrebbero dovuto dare la sveglia ai più avveduti, sono invece stati oggetto di un’ “assalto alla diligenza” di pessimo gusto. Tutto ciò ci fa tristemente riflettere, soprattutto se ci ricordiamo del fatto che questo assalto è stato pianificato da coloro che ritengono, dal loro pulpito dorato, di possedere una indiscussa ed indiscutibile qualità di superiorità morale, forte ed inestinguibile, che li distinguerebbe dal volgo circostante. I cattolici, appunto.

È la questione del sacro su cui Pasolini si soffermava per riflettere a fondo. Tuttavia per Pasolini il sacro non aveva a che fare né con la faccia di Gesù usata per fare pubblicità ai jeans Levi’s, né con la retorica delle immaginette cristiane. Si trattava, piuttosto, di un qualcosa che aveva strettamente a che fare con la vita di ogni essere umano e il suo diritto ad esprimere in libertà ciò che era veramente, nel suo profondo del cuore.

Ma sono tutti assalti, quelli a cui abbiamo sin qui accennato, che nel migliore dei casi hanno portato scarsi risultati, nel peggiore hanno portato male ai loro fautori, danneggiandone pure la credibilità.

Come’è potuto succedere? La ragione è fin troppo semplice: c’è nel pensiero teorico di Pasolini un nocciolo duro ed inattaccabile, addirittura distruttivo per i suoi nemici. Si tratta proprio di quel marxismo, teoria politica operativa del comunismo, che si è tentato sistematicamente, ma senza successo, di estirpare se non di annichilire. Un arsenale ben fornito ed in grado di sparare da sé, contrattaccando in profondità le linee nemiche. Un nocciolo duro che, piuttosto che venire rigettato, produce esso stesso un viscerale rigetto verso la sconcia realtà circostante, il conformismo imperante, i fautori dell’impero del bluff.

Nell’impossibilità di silenziare Pasolini, non hanno potuto fare altro che ucciderlo. In un modo che, peraltro, ci ricorda le esecuzioni mafiose. Esecuzioni che minacciano chi in vita ci rimane invitandolo a non sgarrare.

In Pasolini era chiarissima l’economia politica marxista, il suo significato profondo, la sua capacità di spiegare il presente, Era altrettanto chiara la sua dimensione filosofica, con la coscienza di essere „in contrapposizione totale con la società della borghesia“, quella capitalistica. L’irriducibile alterità della cultura politica pasoliniana non poteva, d’altronde, conoscere possibili compromessi nella realtà in cui viveva, al tempo in cui dimostrava coraggio fisico oltre che intellettuale, contro e fuori dalle compatibilità del momento, pure attaccato da chi doveva semmai affiancarlo nella lotta.

D’altro canto, perché non capire le sue parole sulla debolezza della Chiesa in quanto istituzione svuotata, essa si attaccata frontalmente dal capitalismo? Che cosa impediva a uomini comuni, dirigenti d’impresa, politici anche del mitico PCI di afferrare il senso degli argomenti pasoliniani? In fin dei conti non solo il cristianesimo cattolico era messo sotto scacco, ma anche lo stesso Partito che era assediato dal neo capitalismo di rito consumistico in cui i problemi sembravano ridursi all’esercizio del diritto-dovere al consumo, tuttavia funzionale alla riproduzione infinita del sistema?

Una risposta io ce l’ho: se si fosse ammesso tutto questo sarebbe caduto il palco. Il palco erano le carriere politiche, l’integrazione in un sistema che ti sfruttava si, ma ti faceva almeno mangiare, il non mettere in discussione categorie di pensiero e prassi consolidate nella partecipazione attiva al potere tanto detestato, all’attovagliarsi sia come buoni sia come cattivi al tavolo del banchetto post-bellico. Chi avrebbe avuto voglia e coraggio di mettere in discussione tutto ciò? Era già la fine di un mondo. Era già la svolta epocale e l’ultima azione del mondo precedente era stata la messa in opera del ‚68 e dei suoi strascichi degli anni ‚70. Poi il riflusso. Poi il vuoto, il berlusconismo, la distruzione di una cultura, il primato della tecnica su tutto il resto, soprattutto sulla politica.