Note sulla cultura profonda.

Cultura profonda
Cultura profonda

Il video qui sopra ritrae i momenti immediatamenti precedenti ed immediatamente successivi l’omicidio commesso da Thomas Mair, neonazista, ai danni di Jo Cox.

Non sono particolarmente compiacente verso gli argomenti che tirano in ballo la nostra cultura. Infatti, coerentemente con ciò che scriverò nelle prossime righe, credo che non abbiamo più una cultura nel senso che intendevamo ancora 50 o 60 anni fa. Credo si siano perse le radici della nostra cultura, eminentemente mediterranea.

Le persone che vengono da noi provengono da mondi dove l’ospite è sacro. Noi, in questo concetto di ospitalità non sappiamo ricambiare. Questo perché viviamo in un mondo che, appunto, ha perso le radici nella propria cultura e ciò che proietta sono le proprie paure, fobie, i propri stereotipi. Siamo al centro di un mondo, il nostro, fatto di cliché. Sono tutti elementi che rendono la nostra società facilmente manipolabile ed incanalabile verso un percorso di violenza, scontro, reazione, guerra.

Una società asociale, troppo dipendente dai media, che non socializza e non ha il dono della solidarietà. Una società chiusa in sé stessa, pronta solo a salvare i propri piccoli o grandi privilegi. Una situazione pericolosa non solo verso l’altro da sé, ma anche verso sé stessi.

Quindi, è pure abbastanza evidente che rientrano in gioco questioni che ci riguardano da vicino, come il nostro passato coloniale in quanto rappresentanti di quel mondo europeo e bianco che ha conquistato, sfruttato, fatto una serie di danni in giro per il mondo e che oggi, passato quel periodo storico, non accetta di abbandonare i propri privilegi, non accetta di lavorare come fanno gli altri, non accetta di chiedere scusa per gli eccessi del passato, non accetta di fare i conti con la propria umanità, apparentemente scomparsa. Non parlo – quindi – dei cittadini veramente democratici o di coloro che hanno nutrito o nutrono ideali socialisti che – anzi – si sono fatti promotori della decolonizzazione, per un mondo più giusto ed uguale, ma degli altri, maggioritari in Occidente.

Un mondo che ostinatamente vuole sopravvivere a sé stesso, fingendo che sia tutto rimasto come una volta, magari pure come 100 anni fa, che non vuole cambiare assolutamente ed accetta, coerentemente e per esempio, di continuare a distruggere l’ambiente per i prossimi anni, piuttosto che emendare il proprio stile di vita.

Qui si pone una questione importante, accennata poche righe più sopra, la questione dell’uomo bianco. Esso è il risultato parallelo – a livello sovrastrutturale e culturale – della vittoria socioeconomica del capitalismo su tutte le forze concorrenti (tuttavia mai del tutto vinte) di società umana: l’uomo bianco è l’unica posizione da cui possiamo pensare che la piena umanità sia stata raggiunta. L’uomo bianco, borghese, è il grado più completo di umanità.

Il problema del razzismo, quindi, è quello della purezza della razza, ma iniziando dalla parte bassa della società, quella parte che potrebbe – in mancanza di un’accurato controllo sociale portato dalla propaganda costante e fuorviante dei media – trovare qualcosa in comune con gli immigrati che vivono, più o meno, le loro stesse condizioni di emarginazione e sfruttamento. Il pericolo è rappresentato dai bianchi poveri che si possono sentire empaticamente legati agli immigrati. Questi bianchi possono diventare neri, arabi, asiatici o slavi.

Il nostro mondo, tuttavia, non sembra essere semplicemente preoccupato, più o meno razionalmente, da questi eventi e potenziali rischi di sopravvivenza di un modo di essere e mangiarsi il pianeta senza remora alcuna. Il nostro mondo sembra esserne profondamente ossessionato, in senso psichiatrico. In questo mondo compulsivamente ossessionato proprio in senso freudiano, chi accetta il diverso e non si oppone al miscuglio razziale, la sinistra, i comunisti, i marxisti, i buonisti…sono i nemici della razza. Da eliminare anche con la violenza, come fece Breivik in Norvegia. E come ha fatto Thomas Mair con Jo Cox nel Regno Unito, il 16 giugno del 2016. La psicogenesi ed i risultati sono sempre quelli. Peraltro Mair era rimasto, non a caso, affascinato da Breivik.

Che problema ha, allora, il nostro mondo? Il nostro mondo non ha elaborato il lutto per la perdita della propria centralità che significava onnipotenza dell’uomo bianco, per l’infrangersi di un’immaginario che significava la totale liceità di ogni comportamento dello stesso a livello globale. Da qui parte la nostra non accettazione del diverso.

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