La politica non è attesa messianica.

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Ho discusso assieme ad alcune persone, qualche settimana fa, in modo informale, di che cosa si potrebbe fare, come sindacato, di quale strategie e tattiche adottare. Io come semplice simpatizzante, gli altri come impegnati nel sindacato. Mi è stato detto – e ho detto anch’io – che “non siamo più negli anni ’70” per dire che dobbiamo adattarci alla povera realtà circostante, quindi tenere un profilo sostanzialmente basso.

Questa constatazione (“non siamo più negli anni ’70”) credo sia originata da un equivoco, poiché ognuno ha pronunciato questa frase volendo significare idee e posizioni diverse.

Credo si tratti innanzitutto di un alibi che tutti noi utilizziamo, perché non è facile trovare la voglia di fare e rischiare. Siamo vicinissimi al centenario della Rivoluzione d’Ottobre, interroghiamo allora brevemente i “padri teorici” del movimento a cui, anche i miei interlocutori, si riferiscono.

Diceva Karl Marx, ponendosi in piena continuità con il pensiero occidentale, che “I filosofi hanno spiegato il mondo, si tratta ora di cambiarlo”. Ciò significa che bisogna operare dentro e sulla realtà per romperne lo schema, non adorare il fatto compiuto, tantomeno aspettare che “il momento propizio” scenda dall’alto dei cieli. Il “momento propizio” andrebbe anzi costruito.

Diceva Vladimir Ulianov (Lenin) che un approccio politico creativo deve, in qualche modo, “forzare la realtà”, altrimenti i “tempi giusti” non arriveranno mai. Nessuno ce li può regalare, i tempi giusti. Lui stesso forza i tempi con le Tesi di Aprile, con l’opinione contraria di tutti i membri del Partito Bolscevico.

Tuttavia, il dato più importante, credo, sia il seguente: la cultura cui apparteniamo – quella occidentale – ha, a suo tempo, già sviluppato tutti gli strumenti adatti ad interagire creativamente con la realtà, per bypassare, sciogliere, risolvere la questione, dei tempi e delle scelte tattico-strategiche conseguenti. Questione posta – anche – da quel “non siamo più negli anni ’70”.

Già dicevo che

“tra tutte le creazioni della nostra storia, la storia greco-occidentale, ce n’è una che facciamo totalmente nostra: la messa in discussione, la critica, il lògon didònai, il render conto e dar ragione. Parliamo del fondamento della filosofia e della politica. “

Gli strumenti quindi ci sono e noi non dobbiamo escluderli dal nostro orizzonte perché abbiamo – in qualche modo e più o meno consapevolmente – accettato, interiorizzandola, la sconfitta storica del movimento socialista e operaio e la conseguente colonizzazione dell’immaginario che abbiamo subito e subiamo dai vincitori. È necessario reagire, forzando le cose. Le cose si possono avverare se le invitiamo a farlo, se proviamo a forzarle. Con un pò di impegno e fiducia.

Dobbiamo andare oltre, noi dobbiamo dire “No!” all’andazzo corrente. Abbiamo l’obbligo di farlo, il punto è proprio questo: non dobbiamo accettare di “non essere più negli anni ’70”: ogni “ragionevolezza” è un cedimento all’avversario di cui presto piangeremo le conseguenze, con lacrime coccodrillesche.

 

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