LA NATURA, LA MORTE. Una saggezza per la vita al tempo del #coronavirus.

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di Massimo Piermarini.

Quale cambiamento produrrà il coronavirus nella nostra concezione del mondo? Ci sarà una rinascita religiosa o una nuova forma di saggezza nutrita di filosofia? Oppure le grandi coordinate della politica e dell’economia mondiale trasformeranno questa esperienza dolorosa in una nuova occasione per regolare il mercato e la ridistribuzione del potere? Questo e altri flagelli biblici hanno distrutto le false sicurezze. Siamo ricondotti alla dimensione minima della vita quotidiana, alla mancanza di certezze.  C’è un nesso tra la religione e la paura, specialmente nei periodi di pericolo, guerre, carestie, epidemie? La risposta a queste domande richiama la necessità di affrontare il discorso del nostro rapporto con la natura. Perché la morte fa parte della natura, è la condivisione del destino umano e della sua dimensione terrestre. Riusciamo a stabilire una relazione di amicizia con le cose della natura? Riconosciamo la personalità di un fiume, come la Garonna di Michel Serres, che assume, nella sua concezione della Natura come Biogea[1], la fisionomia di una personalità complessa, da interpretare e con la quale comunicare? Forse abbiamo sottoscritto con troppa facilità la tesi di Hegel che concepisce lo spirito come “morte del finito”, in modo da comprendere e giustificare la morte come un passaggio dialettico necessario. O troppo sbrigativamente creduto nella possibilità di una sottomissione della natura alla specie umana come processo perfettibile e infinito. Diversi spunti di analisi di questi problemi si trovano nel pensiero illuminista di David Hume, la cui frequentazione può oggi far bene a credenti e non credenti.  Hume ricerca l’origine naturale, antropologica, della religione per eliminare, accanto alla religione rivelata, anche la concezione deistica della “religione naturale”[2]. Questa ricerca lo porta ad escludere qualsiasi origine sovrannaturale dei sentimenti religiosi. Questo discorso di Hume ha un presupposto: che non vi siano autorità diverse dalla ragione e dalla natura per affrontare il problema della fede e al tempo stesso per riconoscere alla natura la sua autonomia, le sue “leggi” e il suo corso. Secondo questa analisi la religione non nasce da un impulso primario della natura umana, cioè non appartiene a quei dispositivi di cui è provvista la natura umana e che le sono necessari e strutturali. Esaminando i principi della fede nella loro origine, le cause e gli accidenti che ne dirigono il corso, Hume indica nella sfera emozionale, sentimentale, l’origine politeistica e idolatrica della religione. Le prime idee religiose derivano non dall’osservazione della natura ma “dalla considerazione dei fatti della vita e dalle incessanti speranze e paure che si agitano nella mente umana” (p.109). Specialmente sono le paure, precisa Hume, che spingono l’uomo a pratiche religiose (p. 110). E’ un discorso estremamente attuale. Non è forse la paura il sentimento che paralizza l’individuo della società dei consumi dell’epoca postmoderna? Non è forse la paura, secondo Hobbes, l’origine del potere e lo strumento principale del governo sugli uomini? L’incertezza delle vicende umane e il mancato controllo sulle forze della natura, soprattutto, come nel caso presente, nelle loro manifestazioni distruttive, è impossibile fin quando non si riconosce l’autonomia della natura, la sua difformità dalla storia e dalle vicende umane. Le cause ignote di ogni evento accendono sempre passioni, speranze e paure. L’ignoranza dei rapporti di causa ed effetto tra i fenomeni è all’origine delle credenze superstiziose quando alla conoscenza si sostituisce l’immaginazione e si rafforza la credenza nella dipendenza degli uomini da poteri invisibili. La vita governata dal caso suscita la superstizione e spinge gli uomini a ricorrere alla “religione” o a meccanismi di rassicurazione equivalenti. Ai giorni nostri, in cui la secolarizzazione è giunta al compimento attraverso un processo di accelerazione inarrestabile della riduzione degli umani a meri consumatori sprovvisti di strumenti di consapevolezza globale, si invocano pseudo-divinità perché si percepisce l’assenza “di un potere invisibile e intelligente nel mondo” (p. 115). Sotto l’incubo dell’infezione virale si inaugurano nuove forme di idolatria, di feticismo, spesso suscitate dalla stessa volontà di conformarsi al dominio di sistemi politici legati al mercato capitalistico e alle sue leggi. Ci si chiede una riconferma della fede nel mondo delle merci, e nella dimensione alienata dei processi produttivi e delle forme della soddisfazione dei bisogni, quelle stesse forme alienate di consumo coattivo messe in discussione nei periodi di crisi ecologica o sanitaria. Le stesse variabili del sistema economico dominante e gli equilibri (in realtà squilibri controllati) entrano in rapporti difficilmente governabili con le vecchie ricette. Si crea una nuova mitologia delle macchine, della scienza, della medicina e del sistema sanitario, della rappresentanza politica, considerati come salvatori dell’umanità. Si diffondono rappresentazioni collettive che raggiungono e superano l’acriticità delle forme peggiori della superstizione. L’atteggiamento giusto sembra invece quello di un approccio più radicale e critico ne confronti del presente e una riconsiderazione della nostra concezione della natura, considerata in molti sistemi di pensiero come strumento servile dei progetti umani o Materia prima da sottomettere al dominio della Forma. La concezione, propria delle grandi religioni, di un potere invisibile, puro, che ha creato la natura e ne ha ordinato la struttura da una parte e la visione laica di un mondo ordinato al progresso, alla giustizia e alla solidarietà dall’altra si trovano in conflitto con le false rappresentazioni e le dottrine superstiziose che la civiltà tecnologica produce. Abbiamo bisogno di una visione critica delle credenze, delle abitudini, dei comportamenti collettivi e delle scelte di fondo. Dobbiamo riconoscere l’autonomia, la creatività, la virtualità della natura, che non è conformata ai disegni umani e ai sistemi umani e può produrre esiti distruttivi per la nostra specie. La concezione della superstizione elaborata da Hume esprime una fondamentale, paradigmatica vocazione critica, che decostruisce le convinzioni dominanti ed è un approccio salutare per accedere da una nuova consapevolezza della Natura, basata sulla storia critica e sulla filosofia, nel suo valore di autonomia, nella sua creatività, nella sua virtualità.


[1] M. Serres, Biogea, Asterios, Trieste, 2016.

[2] D. Hume, Storia naturale della religione, in Idem, La religione naturale, Editori riuniti, Roma, 1995. Le indicazioni di    si riferiscono a questa edizione.