La crisi ucraina.

Putin
Putin

Eccoci, quindi, all’annuncio di Zelensky disponibile alla trattativa. Quello che avrebbe resistito a oltranza, probabilmente messo sull’avviso dal mancato supporto occidentale, dopo soli quattro giorni di selfie ha dato la sua disponibilità a trattare col cattivo di turno, Putin. Ho aspettato un po’ prima di scrivere queste righe, proprio perché la situazione era (ed è) molto dinamica e non permette di farsi un’opinione chiara sugli eventi e le loro conseguenze. Ma; mi dicono gli amici russi che è già la terza volta che la delegazione ucraina ha promesso di venire all’incontro con i russi, ma non si è vista.

Per prima cosa non vorrei passare troppo tempo a criticare gli atteggiamenti occidentali: la promessa del non allargamento a est della NATO disattesa, con ciò che ne consegue, le misure antirusse in cantiere che saranno un bel boomerang per le nostre economie o, infine, la dimostrazione che la nostra informazione è morta, visto che da un bel po’ sta andando in onda la soap opera “Putin il cattivo”. No, passo subito al dunque: dov’erano i pacifisti che oggi si sbracciano contro la guerra mentre le popolazioni del Donetsk e Luhansk venivano attaccate e abusate sistematicamente? Otto anni di violenze e abusi. Aspettavano il via dai media di regime? Aspettavano un evento che gli permettesse di emergere come sua parte politica riconoscibile? Non è dato sapere, ma ciò conferma l’ipocrisia che domina la nostra scena politica nella quale una classe politica impresentabile oltre che commissariata osa parlare di cose su cui ormai non ha alcun controllo, mentre gli “oppositori” sono le sue macchiette in sedicesimo (se non in centoventottesimo!).

Tuttavia, queste sono ancora facezie se paragonate ai grandi cambiamenti in atto, al vero nuovo che avanza geopoliticamente. È in atto da anni un distacco (decoupling) fra il sistema produttivo e finanziario occidentale e ciò che gli è esterno, con atti commerciali ostili contro la Cina (ricambiati), con provocazioni politiche contro la Cina stessa (Mar Cinese meridionale, Taiwan, Hong Kong…), ma anche nei confronti della Russia che, però, sembra non voler accettare le conseguenze delle strategie occidentali anche se ha deciso, al momento, di accettarne la provocazione.

Accettare la provocazione significa accettare il rischio di separarsi dall’Europa politicamente ed economicamente, soddisfacendo i voleri degli americani che non possono permettere un consolidamento dei legami tra Europa e Russia, una cosa che li indebolirebbe. È una scelta politica quella di Putin che ci spiega chiaramente che la situazione è pesante, ma direi che è pesante per le provocazioni occidental-americane. Il consolidarsi di un blocco eurasiatico Europa-Russia sarebbe insostenibile per gli americani, li isolerebbe in modo irrimediabile. Ecco, quindi, che colpire la Russia è colpire l’Europa, togliendole definitivamente la possibilità di costruirsi una politica autonoma e diventare un competitore importante, se non definitivo, per gli USA. Alla Russia rimane l’Asia, un continente in forte sviluppo col quale, in definitiva, è più opportuno impostare dei legami di qui ai prossimi decenni.