In memoria di Joe Pachinko.

Joe Pachinko from Pachinko Pop Press
Joe Pachinko from Pachinko Pop Press

Dunque, Joe non c’è più. Alla fine, ce l’ha fatta ad andarsene da questo mondo che disprezzava e dal quale era fortemente ricambiato. Scrivo queste memorie su di lui perché l’ho conosciuto direttamente e frequentato nel 2007, nel 2011 e poi nel 2013, anno della nostra definitiva rottura. Andiamo con ordine, cercando di delineare chi fosse Joe.

Cominciamo dal seguente episodio. Una volta gli chiesi che cosa gli avessero dato le persone e lui mi rispose: “Merda, solo merda!” Questo era, in soldoni, il suo rapporto col mondo, con i bipedi che credono di esserne i padroni mentre ne sono solo dei volgari ospiti. Credo che Joe avesse bisogno di aiuto, di un aiuto da parte di tutti noi, ma non avesse mai avuto il coraggio di chiederlo, proprio lui che sperava nel coraggio degli scrittori e degli intellettuali, cioè nel coraggio degli altri.

Fui raggiunto dalla notizia della sua morte molto in ritardo e via e-mail. Non credetti subito a ciò che stavo leggendo, ma ripercorrendo i tratti salienti del personaggio, fumatore incallito e dedito all’alcool, mi resi conto che l’epilogo poteva starci. L’aiuto a Joe, in verità, io e mia moglie glielo demmo eccome, ospitandolo in due occasioni a casa nostra a Trieste e, durante l’ultima delle due, aiutandolo a cercar casa e lavoro per riuscire a cambiare vita una volta per tutte. Non fu possibile; troppo forte in lui era quello spirito ribelle e anche un po’ stronzo che non gli permetteva di occuparsi seriamente della propria vita o di assumersi delle responsabilità. A lui di cambiar vita non fregava proprio nulla. Frequentatore di bar, osservatore tuttavia attento della vita che gli scorreva attorno, rimaneva coerente con la sua missione di arrabbiato, che gli si stagliava addosso perfettamente. Fosse stato un briciolo più intelligente, si sarebbe sistemato bene in Italia, a Trieste. Avrebbe anche trovato l’amore, qualsiasi cosa significasse per lui, se solo fosse stato un poco meno autodistruttivo ed egocentrico. Ma ormai tutto ciò è acqua passata.

Ho riflettuto parecchio sulla sua cifra di scrittore e opinionista (questa qualifica gliela do io, visto che aveva un’opinione su tutto e molte di queste opinioni erano ben più interessanti e fondate di quelle di coloro che cacano opinioni per professione). Come scrittore, lo trovo ancor oggi troppo americano, troppo preso dalla prospettiva individualistica della vita, troppo orientato ad indagare i risvolti sul soggetto singolo di ciò che chiamiamo la quotidianità. Joe era un autore fondamentalmente solipsista (come molti suoi connazionali) che non credeva quasi in nulla, se non ad alcune idee che lo avevano informato sin dalla gioventù: la diffidenza verso il governo, verso la massa, la convinzione che la specie umana fosse destinata all’oblio. Egli amava citare Bill Hicks e definire gli esseri umani come dei virus con le scarpe.

Non si fidava di nessuno, non gli piaceva nessuno, eccetto me che mi ero accorto di lui e di lui mi occupavo. Da me si sentiva valorizzato e devo dire che un segno di vita, di partecipazione l’aveva dimostrato ricambiandomi scrivendo. A chi giovava? A tutti e due, ma a conti fatti avrebbe dovuto giovare più a lui che era uno scrittore. Invece Joe era distrutto dalla vita e stava (o forse aveva già perso) perdendo la voglia di raccontare e raccontarsi. Deluso dalla vita? Forse, ma chi non lo è, a parte gli imbecilli? Credo che, alla fine del nostro rapporto di amicizia, non gli piacessi più, dopotutto mi ero rifiutato di scusare le sue uscite peggiori e la sua conclamata accidia.

Uno dei peggiori difetti di questo “ultimo rappresentante della beat generation” era la misoginia, di un tipo abbastanza virulento. Una volta la esplicitò anche contro mia moglie, praticamente per nulla e dopo che quest’ultima non solo lo aveva accolto amorevolmente a casa, ma se ne era presa cura con entusiasmo. Tanto mi bastò. Quella violenza verbale e quel linguaggio del corpo mi avevano chiaramente dimostrato i limiti dell’uomo e, chissà, forse un antico problema irrisolto col sesso femminile, sua madre in primis. O chissà?

Ma torniamo ora alla sua cifra letteraria. Joe era un buon inventore di parole “in attrito con la realtà”, parole spesso anche volgari e in modo gratuito. Ma tant’è, ci poteva anche stare. Sia in “The urinals of hell” che in “Swamp” l’attrito c’è e desta interesse, anche se tra i due testi credo ci sia più forza di rottura nel primo che non nel secondo. Alcuni versi degli “Urinals” sono effettivamente spiazzanti, anche se, non sempre originali e denotano una voglia autentica di raccontare la realtà, e, purtuttavia, anche un desiderio di scandalizzare che di solito si rivolge ai ben pensanti piuttosto che ad un pubblico come il suo.

Tuttavia, ciò che non posso giustificare nell’opera di Joe è la mancanza totale di una prospettiva, a tutto vantaggio di un racconto compiaciuto di fatti più o meno ridicoli o assurdi o che mettessero in evidenza i limiti e le follie umane. Un amore per il grottesco che, però, in modo molto americano, non ha sbocchi, non porta da nessuna parte. Si descrive la propria sofferenza, la propria contrarietà, ma tutto finisce lì. Diagnosi senza prognosi. Denuncia senza seguito.

Credo che Joe fosse semplicemente un arrabbiato, come arrabbiata era la beat generation e come arrabbiato fu Socrate. Di certo Joe non aveva dalla sua la capacità di fare filosofia di un Socrate, ma pur sempre di un arrabbiato si trattava e, in un certo senso, martirizzato dalla società lo era stato pure Joe, quando gli veniva negato un posto di lavoro in Italia o negli USA, poiché pure a Trieste lo cercò la prima volta che ci incontrammo quando io avevo ancora la mia attività ricettiva in centro città. Eh si, Joe prenotò da me e fu così che ci conoscemmo. Aveva scritto ad una istituzione locale per fare l’insegnante d’inglese ed aveva preso l’aereo proprio per presentarsi ad un colloquio da loro. La sua versione della storia fu che lo trattarono malissimo e gli fecero saltare l’opportunità. Di certo qualcosa di strano successe. Forse lui aveva detto qualche stronzata o si era atteggiato nella maniera sbagliata o forse si era presentato ubriaco al colloquio: non lo sapremo mai. La cosa che, comunque, disse a me fu che si rivolse a questa signora (di una donna si trattava) dicendole: “You are taking a chance, Madame. In my neighbourhood your behaviour would be treated as a big problem, you would be shot”. Di sicuro molti erano stati stronzi con lui e questo è il normale modus operandi di una società rotta, divisa ed in continua competizione per un pezzo di pane. Un mondo in cui ci si scambia un’infinità di cattiverie. Un mondo di cui Joe avrebbe fatto certamente a meno.

I giorni che seguirono, Joe si dimostrò abbastanza gioviale ed ironico, come spesso era, e frequentava il solito bar nei pressi della stazione ferroviaria di Trieste, dai cui tavolini sul marciapiede osservava l’umanità che vi scorreva intorno. I pochi giorni che rimase in città trascorsero sempre uguali. Era un inizio di ottobre del 2007, di li a pochi giorni ci sarebbe stata la regata annuale per cui a Trieste non si trovava un posto nemmeno a pagarlo oro. Joe aveva bisogno di rimandare la partenza, così io gli tenni prenotata la stanza che già aveva, anche se avrei potuto mandarlo via come da prenotazione e guadagnarci di più, specularci sopra. La cosa lo colpì e mi ringraziò veramente tanto per questa cosa. Il giorno dopo la regata se ne andò, ci salutammo e non lo sentì per un bel po’. Non ricordo bene quanto tempo passò, forse un anno o forse più, gli scrissi un’e-mail per sentire come se la stesse passando. Mi rispose. Stava bene, lavoricchiava e stava per mollare il posto dove abitava. Poco dopo si trasferì al (per lui e pochi altri) mitico Camp Climax, dove abitò per qualche tempo, credo qualche anno, in un bungalow, da solo, con un atteggiamento tipico dei survivalisti. Che cosa era il Camp Climax e dove si trovava? Joe aveva ripreso questa definizione del posto dal romanzo Lolita di Nabokov e si trovava alle spalle di Oakland, città originaria di Joe, sulle montagne che circondano la città.

Nell’aprile del 2011, la seconda volta che venne in Italia, andammo insieme a Gorizia, io avevo un appuntamento. Lungo la strada di andata mi raccontò un po’ di sé stesso, delle sue esperienze, della sua famiglia e del fatto che fosse tardi per mettere la testa a posto e metter su famiglia. Joe era una persona con molti limiti, ma era tuttavia coerente: rompiballe impenitente, bastian contrario sempre pronto a dire la sua, amante e praticante di un certo complottismo o dietrologismo. Ad Oakland faceva una vita abbastanza merdosa, da quello che mi diceva, parte di un ambiente sociale diviso tra abbienti e masse di disperati con la pistola in mano che la notte regolavano i conti tra una ronda della polizia e l’altra. Joe non aveva niente da rimproverarsi ed oltre a qualche idea strana, non aveva venduto l’anima o fatto particolari stronzate. A parte la storia della rapina al supermercato a 17 anni (ma mi disse che non era proprio andata così, tuttavia senza chiarire mai perfettamente l’episodio) e una guida in stato di ubriachezza per la quale si beccò 8 giorni di carcere e qualche piccolo traffico non particolarmente pericoloso, Joe non aveva nulla da nascondere. Non capii mai perché fosse stato licenziato dalla scuola dove insegnava qualche anno prima, ma poteva essere per la questione dell’alcool. Negli Stati Uniti sono severi su queste cose e su queste cose hanno anche una grande ipocrisia. E, negli Stati Uniti, che molti dicono di odiare, ma che citano in continuazione come terra di opportunità e promesse, finisci male per poco, perché la polizia non è semplicemente la polizia è lo “stato di polizia” e i diritti civili, per non parlare di quelli sociali, sono una chimera. Per farla breve, la sua visita di un mese in Italia finì con la promessa di ritornare un giorno e stabilirvicisi in maniera definitiva, in alternativa alla “merdosa America”, come soleva definirla lui.

Ritornò, quindi, nel 2013. È probabile che in quei due anni avesse avuto ulteriori disillusioni, avesse sofferto di abbandono ed emarginazione. So per certo che non andava per nulla d’accordo con la “scena californiana” che considerava falsa ed ipocrita. Può anche essere che in quei due anni si fosse reso conto che il ritorno in Italia non sarebbe stato rose e fiori e si sarebbe dovuto impegnare un po’ di più, visto che un trasferimento definitivo non è un periodo di vacanza! Fattostà che, il suo ritorno fu meno allegro del previsto ed iniziò in modo lento e più serioso. I momenti di divertimento ci furono, ma non resse la prova della ricerca di una casa e nemmeno del lavoro, nonostante avesse da parte qualche soldo. È probabile avesse vissuto la situazione come un fallimento, magari l’ennesimo oppure come una rottura di palle infinita dalla quale non sapeva più come uscire. A noi sembrò l’atteggiamento di un cioccolataio senza alcuna voglia di fare e senza né arte né parte. Tentai anche di inserirlo nella nostra attività, ma nulla, non era proprio per lui. Avevamo di fronte del materiale umano inutilizzabile.

La cosa si risolse da sé. Dopo un mesetto circa si rese conto di essere alle strette e di non essere più credibile, per cui se ne andò a Venezia, meta che, per uno che non aveva soldi, non era proprio il posto giusto dove svernare. Cercò di rientrare a Trieste, ma io lo misi di fronte al fatto compiuto. Da quel giorno di maggio non lo vidi o sentì più.