Il nuovo proletariato dei servizi.

Antunes
Antunes

Traduzione dalla MR di questo testo fondamentale di Ricardo Antunes.

Il nuovo proletariato dei servizi.

Di Ricardo Antunes

(1 aprile 2018) The Monthly Review

Nei decenni più recenti la diffusione della tecnologia dell’informazione, dell’automazione industriale ed altre innovazioni hanno ispirato visioni di “una società postindustriale dei servizi” a venire in cui il proletariato, per come era esistito nei periodi precedenti, sarebbe effettivamente scomparso. Tuttavia, anche un sondaggio superficiale della realtà del mercato del lavoro globale contemporaneo smentisce questo mito. L’emergere di una nuova classe di lavoratori salariati istruiti nei campi dell’alta tecnologia si basa sulla crescente invisibilità di lavoratori impiegati in settori e ambienti che vanno dai call centers e il telemarketing agli alberghi e le aziende di pulizie, fino alle vendite al dettaglio, i fast food, e ai servizi di cura alla persona. La grande maggioranza di questi lavori sono, in un modo o nell’altro, precari: stagionali, a tempo parziale, temporanei, informali o in libera professione, con poca o nessuna sicurezza o vantaggi.

Un esempio emblematico è il contratto a zero ore , una forma perversa di occupazione che prospera nel Regno Unito e altrove. Invece di lavorare un numero di ore o turni fissi, gli impiegati a zero ore devono rimanere perpetuamente a disposizione dei loro padroni, in attesa di una chiamata. Una volta che essi ricevono questa chiamata, vengono convocati solo per il tempo in cui lavorano veramente e non per il tempo – giorni, settimane e anche mesi – passato ad aspettare. Le aziende che si occupano di tecnologia dell’informazione, in particolare, hano abbracciato questo metodo di completa flessibilizzazione del lavoro che serve nell’immediato a rendere i lavoratori continuamente disponibili allo sfruttamento e poi per normalizzare ulteriormente il regime di precarietà, lasciando i lavoratori con sempre minori protezioni.

Uber è un altro esempio. Gli autisti della compagnia che sono trattati come imprenditori indipendenti piuttosto che impiegati formali, devono rifornire le loro proprie automobili e pagare tutte le spese, incluse quelle di riparazione, manutenzione, assicurazione e carburante. La App di Uber è infatti una impresa privata globale che usa il lavoro salariato mascherato da lavoro “indipendente” e “imprenditoriale” per appropriarsi di una più ampia quota del plusvalore generato dai servizi dei suoi autisti.

Ancora un altro esempio di queste forme travestite di sfruttamento del lavoro si può trovare in Italia, dove è stata recentemente introdotta una forma nuova di lavoro intermittente ed occasionale: il lavoro basato sui voucher. I lavoratori sono pagati con i voucher il cui valore corrisponde all’esatto numero di ore in cui hanno lavorato. Ma la precarietà non era il solo problema con questa forma di lavoro che poteva contare su un trucco ancora più subdolo: i voucher devono venir pagati ad un salario legale minimo orario, ma gli imprenditori hanno anche offerto di pagare le ore di straordinario ad una tariffa sotto il minimo legale. Il sistema ha abilitato un grado di precarietà e sfruttamento anche maggiore di quello del lavoro occasionale ed intermittente. Per questa ragione i sindacati italiani hanno denunciato questa pratica e il governo è stato costretto a sospenderla.

Il diffondersi di queste nuove forme di lavoro informale, a tempo parziale, temporaneo, indipendente, occasionale e intermittente, ha fatto crescere una nuova categoria di lavoro, il “precariato”. Un movimento di persone che si autoidentificano nel precariato si sta rapidamente espandendo in Europa, specialmente in Italia, Spagna, Inghilterra, Francia e Portogallo. Per quanto questo movimento abbia lottato per trovare spazio nelle strutture tradizionali dei sindacati, si sta sviluppando indipendentemente, in parallelo ad essi. Esempi d’avaguanrdia possono essere ritrovati in Italia, con il caso di San Precario a Milano, un movimento che lotta in difesa dei lavoratori precari (migranti inclusi) e il movimento Clash City Workers, un gruppo con una forte presenza a Napoli, fatto di precari e giovani ribelli. 1

Così, quella che potrebbe essere chiamata “uberizzazione” del lavoro – uno spietato modus operandi imprenditoriale mirato alla generazione di più profitto e all’incremento del valore del capitale attraverso le forme di lavoro precario delineate sopra – si è espanso a scala globale. In più, il fatto che più e più lavoro viene svolto online ha reso quasi impossibile separare il lavoro dal tempo libero e ci si aspetta che gli impiegati siano sempre più disponibili a lavorare in qualsiasi momento. Il futuro del lavoro per le masse lavoratrici di tutto il mondo appare per essere di tipo flessibile, senza giorni di lavoro prestabiliti, senza luoghi di lavoro chiaramente definiti, senza salari fissi, senza attività predeterminate, senza diritti, e nessuna protezione o rappresentanza sindacale. Il sistema di “obiettivi” stesso è flessibile: gli obiettivi di domani sono sempre in cambiamento e devono essere sempre superiori a quelli del giorno precedente.

La conseguenza politica e sociale più importante è la crescita di quello che Ursula Huws ha chiamato il “cybertariato” e che Ruy Braga ed io chiamiamo l’ “infoproletariato”. 2 In qualsiasi modo venga chiamato, la crescita di questo nuovo regime di lavoro pone domande difficili: i lavoratori del settore dei servizi dovrebbero essere considerati una classe media emergente? Oppure dovrebbero essere considerati parte di un nuovo proletariato dei servizi? Oppure dovrebbero essere trattati complessivamente come parte di una nuova classe, il precariato?

Classe media, Precariato, oppure Proletariato?

Nei call centers, negli alberghi, nei supermercati, nelle catene di fast-food, nelle rivendite su larga scala e altrove, i lavoratori del settore dei servizi sono cresciuti sempre più separati dalle forme di lavoro tipicamente intellettuale della classe media e stanno diventando sempre più somiglianti a quello che può essere chiamato un “nuovo proletariato dei servizi”. Se i segmenti più tradizionali della classe media sono definiti per mezzo dei modi della loro partecipazione nella produzione (dottori, avvocati e le altre libere professioni), oggi, la classe media salariata è sottoposta ad un più evidente e costante processo di proletarizzazione il cui scopo, da ora, eccede quello della formulazione pionieristica di Harry Braverman nel suo libro del 1974, Lavoro e capitale monopolistico. 3

A causa delle loro tipiche fluttuazioni strutturali le classi medie vengono anche definite attraverso la loro ideologia, i valori culturali o simbolici, e le scelte di consumo. 4 Così i segmenti superiori delle classi medie si distinguono dai segmenti inferiori attraverso i significati dei valori che esprimono, allineando implicitamente sé stessi con le classi proprietarie. Nello stesso senso i settori inferiori delle classi medie tendono ad identificarsi più con le classi lavoratrici, data la somiglianza dei livelli di vita materiale.

È per questa ragione che la coscienza delle classi medie appare spesso per essere quello di una non-classe. In alcuni casi essi sono più vicini alle classi proprietarie, con i manager di medio e alto livello, amministratori, ingegneri, dottori e avvocati; ma altri, in particolare i segmenti più poveri della classe media, vivono e lavorano in condizioni abbastanza simili a quelle della classe lavoratrice. Conseguentemente, questi contingenti più proletarizzati della classe media, specialmente quelli impiegati nel settore dei servizi, sono coinvolti in modo crescente, direttamente o indirettamente, nel processo di valorizzazione del capitale. I lavoratori salariati nel marketing, nella vendita al dettaglio, nel servizio ristorazione, e così via, si trovano ad approcciare rapidamente la condizione di un nuovo proletariato che si espande globalmente.

Queste osservazioni non possono nemmeno sostenere gli argomenti degli analisti che classificano questi lavoratori come parte della classe media o di quelli che li identificano con una presunta “nuova classe”, il precariato. 5 Il nuovo proletariato dei servizi lavora per più ore, con ritmi intensificati, ad alto ricambio di personale e salari ridotti, in condizioni di insicurezza crescente, una sanità povera, una minima regolamentazione protettiva. Oggi i membri del nuovo proletariato dei servizi sono i protagonisti di molte lotte sociali, marce e scioperi in giro per il mondo.

Gli studi precedenti hanno chiaramente dimostrato che dall’emergenza della presente crisi strutturale del capitale, la precarizzazione del lavoro ha accellerato significativamente. 6 L’incremento dello sfruttamento del lavoro che è ormai un super-sfruttamento, ha portato ad un’enorme crescita dell’informalità, delle esternalizzazioni e dell’incertezza per tutta la forza-lavoro internazionale, non solo nel Sud globale, ma in estensione anche nei paesi capitalistici avanzati del Nord. 7

In più, per capovolgere le strutture del lavoro esistenti, questo processo ha devastato il tessuto sociale di paesi e comunità. Un caso emblematico può essere ritrovato in Portogallo, dove nel marzo del 2011, il malcontento della geração à rasca (generazione in lotta) esplose in una protesta pubblica. Migliaia di dimostranti, tra di essi giovani e migranti, lavoratori precari e disoccupati, donne e uomini, si riversarono nelle strade come parte del movimento Precários Inflexíveis. Secondo il loro Manifesto:

Siamo precari nel lavoro e nella vita. Lavoriamo senza contratti o con contratti a breve termine….Siamo lavoratori dei call-centers, stagisti, disoccupati….Immigrati, lavoratori casuali, studenti lavoratori…Non siamo rappresentati nelle statistiche….Non possiamo prendere congedo, non possiamo avere bambini o stare male. Per non parlare del diritto di sciopero. Flexicurezza? La “flexi” è per noi, la “sicurezza” è per i padroni….Siamo nell’ombra, ma non stiamo zitti…..E usando la stessa forza con cui i padroni ci attaccano noi rispondiamo e reinventiamo la lotta. Alla fine ci sono molti più dei nostri che dei loro. Precari si, ma inflessibili.8

In Spagna il movimento degli Indignados esplose nel 2011 quando i giovani iniziarono a protestare per gli alti livelli di disoccupazione e la completa mancanza di prospettive di vita. Che avessero una laurea universitaria era irrilevante: la generazione più giovane capiva che era destinata ad essere disoccupata oppure, nello scenario migliore, affacendarsi in lavori precari.

In Inghilterra quello stesso anno esplosero delle rivolte dopo che Mark Duggan, un nero, venne ucciso dalla polizia. I poveri, i neri, gli immigrati e i giovani disoccupati iniziarono una rivolta a Londra che, in pochi giorni, si allargò in molte città del paese. Questa fu la prima significativa sollevazione sociale in Inghilterra (ed in molte parti del Regno Unito) da quando le proteste contro la Poll Tax affrettarono la fine del governo di Margaret Thatcher.

Anche nel 2011, negli Stati Uniti, i manifestanti di Occupy Wall Street si sollevarono per denunciare gli interessi egemonici del capitale finanziario e le sue conseguenze nefaste: l’impennata delle ineguaglianze, la disoccupazione, l’espandersi epidemico del lavoro precario, ognuna delle quali colpisce le donne, gli immigrati, e duramente i lavoratori neri e latini.

In Italia, il focolaio del Primo Maggio del 2001 diede i natali a San Precario, un movimento che rappresenta la massa eterogenea di lavoratori, giovani ed immigrati che altrimenti sarebbero privati di una voce. 9 Altri gruppi italiani di lavoratori precari includono il collettivo Clash City Workers menzionati sopra. 10 A parte questi, le nuove organizzazioni sindacali sono state fondate per rappresentare i segmenti più deboli e precari del proletariato, inclusa la Confederazione Unitaria di Base e, più recentemente, il Nidil (un acronimo che sta per Nuove Identità del Lavoro) che è parte della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), una delle principali organizzazioni sindacali del paese.

Questi e altri sviluppi spinsero al dibattito, circa la crescita di questo nuovo contingente della classe lavoratrice, guidato dall’economista britannico Guy Standing. Standing sostiene che il precariato dovrebbe essere considerata una classe separata, distinta dal proletariato che si è formato durante la Rivoluzione Industriale e solidificato nell’era Taylorista-Fordista. Il precariato, secondo Standing è una nuova classe disorganizzata, ideologicamente dispersa e facilmente attratta dalle politiche “populiste”, incluse quelle dei movimenti neofascisti. Questa descrizione cattura alcuni aspetti salienti del nuovo proletariato dei servizi, ma comunque classifica questi nuovi segmenti del proletariato come una “classe pericolosa”, distinta nell’essenza dalla classe lavoratrice. 11

La mia formulazione va nella direzione opposta. Contrariamente alla tesi della “nuova classe”, io credo che la nuova morfologia della “classe-che-vive-del-suo-lavoro” includa segmenti distinti, anche se questi, sulle prime, potrebbero apparire incongrui. Infatti, la classe lavoratrici è sempre stata divisa da differenziazioni interne per genere, generazione, etnicità, nazionalità, immigrazione, esperienze ed altro.

Il proletariato dei servizi è così un segmento distinto della classe lavoratrice in tutta la sua eterogeneità, differenziazione e frammentazione. Nei paesi capitalisti avanzati, i membri più precari della società – inclusi i giovani, gli immigrati, le persone di colore e altri – riconoscono il loro posto in questo nuovo segmento del proletariato e di essere nati sotto una specie di cattivo auspicio fatto di diritti diminuiti. Conseguentemente, essi devono lottare in tutti i modi possibili per riconquistare quei diritti. Nello stesso tempo, i settori più tradizionali della classe lavoratrice che hanno ereditato le vestigia dei sindacati e dello stato sociale, sanno che devono lottare per preservare i loro propri diritti, e per proteggere le loro condizioni di lavoro dal tipo di degradazione comune fra i lavoratori precari. I destini di questi due poli della “classe-che-vive-del-proprio-lavoro” sono inestricabilmente collegati. 12 La logica del capitale manifesta se stessa in molti modi, ma mantiene un’unità di base. Per questa ragione, i due poli vitali del mondo del lavoro devono formare, l’uno con l’altro, una connessione di mutuo ed organico sostegno, oppure soffrire ancora maggiori sconfitte.

Come Marx dimostrò nel Capitale, la precarizzazione crebbe con la creazione del lavoro salariato nel capitalismo. Dal momento che la classe lavoratrice vende la propria forza-lavoro ed è pagata solo per una parte del suo valore produttivo, l’eccedenza risultante appropriata dal capitale tende ad espandersi attraverso vari meccanismi intrinseci al capitalismo, inclusa l’intensificazione del lavoro, l’estensione della giornata lavorativa, la restrizione dei diritti dei lavoratori ed altro. Così, la precarietà del proletariato, risulta dalla lotta tra le classi che può a turno espandersi o ridursi, secondo la relativa forza dello sfruttamento capitalista e della capacità della classe lavoratrice di battersi e ribellarsi.

Come Marx ed Engles dimostrarono, le forme di sfruttamento del lavoro cambiano costantemente, accentuate dall’espansione dell’eccedenza relativa di popolazione che permette al capitale di usare l’eccedenza di lavoro per intensificare ed incrementare i livelli di sfruttamento e la conseguente precarietà della classe lavoratrice. Nel capitalismo contemporaneo, l’eccedenza relativa di popolazione, che Marx nel Capitale designò come fluttuante, latente o stagnante, acquisisce nuove dimensioni. 13 Questo accade attraverso l’enorme espansione e circolazione di forza-lavoro migrante su scala globale, moltiplicando i meccanismi di sfruttamento, intensificazione e precarietà del lavoro.

Tutto questo serve per frammentare ulteriormente la stessa classe lavoratrice, che è già differenziata in rami di produzione, settori, e la divisione internazionale del lavoro, specialmente tra il Nord e il Sud globali. Il tipo di divisioni interne che Engels individuò nel proletariato britannico della metà del 19° secolo sono ulteriormente amplificate, quando si percepisce il tasso di sfruttamento differenziale tra centro e periferia. 14

Il risultato finale di questo processo dipende dall’abilità di resistere della classe lavoratrice, organizzarsi e contrattaccare. Se i due segmenti polari della classe lavoratrice ce la fanno a stabilire collegamenti di solidarietà e di una coscienza di classe condivisa e se sono uniti nelle loro lotte quotidiane, saranno in grado di formare un’opposizione più forte e meglio organizzata alla logica del capitale. 15 In questo senso, il ruolo del nuovo proletariato dei servizi è emblematico. La sua integrazione in una classe lavoratrice allargata – di cui forma la parte che cresce più velocemente – e la partecipazione alle lotte del lavoro saranno decisive per il destino della classe lavoratrice complessiva nel Ventunesimo secolo.

Sulle periferie del capitalismo.

Data l’irregolare e composita natura della divisione internazionale del lavoro, è necessario concludere annotando alcune mediazioni nella definizione di proletariato dei servizi. Un importante punto di mediazione concerne la scissione tra il Nord e il Sud globali. Alle periferie del sistema capitalistico il proletariato è stato oppresso dalla precarizzazione sin dall’inizio. A causa del loro passato coloniale, in Brasile ed in molti altri paesi dell’America Latina il moderno proletariato emerse pienamente solo dopo l’abolizione della schiavitù. Conseguentemente, la precarietà è sempre stata la regola, non l’eccezione.

In più, i paesi del Sud globale non hanno mai sviluppato un’ “aristocrazia del lavoro” – un segmento di lavoratori relativamente qualificati, ben pagati e largamente sindacalizzati – e il proletariato è sempre stato associato con una pervasiva condizione di precarietà, con il risultato che le differenze interne alle classi lavoratrici non sono mai state così evidenti come al Nord. Lì, al contrario, una tale aristocrazia si sviluppò e oggi i suoi discendenti sono gli eredi dello stato sociale. Dunque, il recente sviluppo di un precariato ha sviluppato una differenziazione nel proletariato del Nord che non ha un parallelo nel Sud. Per questa ragione, il dibattito circa l’emergenza di una “nuova classe” ha causato qualche confusione quando è stata applicata al Sud globale.

Ciò è così credibile, nel caso del nucleo dei paesi capitalisti, da identificare empiricamente il proletariato dei servizi come un polo della classe lavoratrice nel suo complesso; tuttavia nei paesi periferici, c’è qualcosa di differente, perché la precarietà è stata, per definizione, una configurazione del proletariato, dalle sue origini, pure potendone individuare nuove articolazioni. Se descritto come un precariato o parte di un nuovo proletariato dei servizi, esso coinvolge lavoratori con diverse identità (genere, etnicità, nazionalità), ma uniti nelle loro condizioni di precarietà e mancanza di diritti.

L’intensificazione del lavoro; l’erosione dei diritti; l’ipersfruttamento del lavoro; l’espansione dell’occupazione informale; la pressione degli obiettivi di produttività sempre crescenti, il dispotismo dei padroni, dei coordinatori e dei supervisori; i salari deteriorati; le ore di lavoro inconsistenti; la prevalenza delle molestie, della malattia e della morte – sono tutti punti della presenza di un violento processo di proletarizzazione e della crescita di un nuovo proletariato dei servizi che sta espandendo, diversificando e allargando globalmente la classe lavoratrice. E se tutto questo suggerisce una nuova morfologia del lavoro, dovremmo al tempo stesso riconoscere l’emergenza di una nuova morfologia di organizzazione, rappresentazione e lotta della classe lavoratrice.

Note:

  1. Clash City Workers, Dove Sono i Nostri: Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi (Lucca: La Casa Usher, 2014).

  2. Ursula Huws, The Making of a Cybertariat: Virtual Work in a Real World (New York: Monthly Review Press, 2003); Ruy Braga and Ricardo Antunes, Infoproletários: Degradação Real do Trabalho Virtual (São Paulo: Boitempo, 2009).

  3. Harry Braverman, Labor and Monopoly Capital (New York: Monthly Review Press, 1974).

  4. See Pierre Bourdieu, Distinction: A Social Critique of the Judgment of Taste (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1987).

  5. Guy Standing, The Precariat: The New Dangerous Class (London: Bloomsbury, 2011).

  6. István Mészáros, Beyond Capital (New York: Monthly Review Press, 1995).

  7. Ricardo Antunes, The Meanings of Work (Chicago: Haymarket, 2013); “The New Morphology of the Working Class in Contemporary Brazil,” in Leo Panitch and Greg Albo, eds., Socialist Register 2015: Transforming Classes (New York: Monthly Review Press, 2014).

  8. Citato in Antunes, The Meanings of Work, xviii.

  9. San Precario, http://precaria.org.

  10. Clash City Workers iè un collettivo di donne e uomini disoccupati, che definiscono se stessi come “giovani precari”. Nelle parole degli organizzatori del movimento: “il nostro nome significa ‘lavoratori delle metropoli che combattono’. Il nostro movimento venne fondato a metà del 2009. siamo particolarmente attivi a Napoli, Firenze, Milano e Bergamo, ma cerchiamo di sostenere tutte le lotte sociali che avvengono in tutta Italia”. Vedi anche lo studio intorno a questo collettivo in Clash City Workers, 2014.

  11. Standing, The Precariat, 1–25.

  12. Vedi Ricardo Antunes, O Privilégio da Servidão: O novo proletariado de serviços da era digital (São Paulo: Boitempo Editorial, che sarà pubblicato a maggio del 2018.

  13. Karl Marx, Il Capitale, vol. 1 (London: Penguin, 1990), capitolo 23.

  14. Frederick Engels, The Condition of the Working Class in England (Oxford: Oxford University Press, 1993).

  15. Vedi Alain Bihr, Du “Grand Soir” a “l’alternative”: Le mouvement ouvrier européen en crise (Paris: Editions Ouvrieres, 1991).

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