Guest post: Geraldina Colotti intervista Silvio Caccia Bava, direttore del Diplo Brasile.

Diplo Brasil
Diplo Brasil

Pubblico con piacere questa intervista di Geraldina Colotti all’analista politico Silvio Caccia Bava, direttore del Diplo Brasile

In questi ultimi dieci anni si sono costituite più di cento organizzazioni della società civile, finanziate dagli Usa”, dice Silvio Caccia Bava, direttore dell’edizione brasiliana di Le Monde diplomatique. Sociologo e analista politico, Caccia Bava è presidente dell’Associazione nazionale delle ong e coordinatore esecutivo dell’istituto di ricerche Polis, che si occupa di questioni urbane e movimenti sociali e studia in particolare la relazione tra Stato e società civile. Caccia Bava è stato uno dei fondatori del Partito dei Lavoratori (PT), ma se ne è allontanato “quando il PT ha imboccato una via più istituzionale e ha stretto alleanze con i conservatori per poter governare”. Da allora – spiega – “lavoro nei movimenti sociali e nelle reti di intellettuali indipendenti. Oggi mi sento vicino al Frente Povo Sem Medo, il fronte popolare che riunisce un’ottantina di movimenti sociali”.

Un fronte a cui partecipano organizzazioni come i Seza Terra di Joao Pedro Stedile o i Senza Tetto, che animano la mobilitazione popolare per la liberazione dell’ex presidente Lula da Silva. Intanto, in vista delle presidenziali del prossimo ottobre, per l’estrema destra è sceso in campo l’ex capitano dell’esercito Jair Bolsonaro, esponente del Partito Social Liberal (PSL). Benché in carcere, Lula resta il candidato favorito nei sondaggi. Il torvo Bolsonaro – che durante l’impeachment a Dilma Rousseff ha esaltato le torture subite dall’ex presidente ad opera della dittatura militare – conta però sull’appoggio di una certa classe media: in maggioranza uomini bianchi, che apprezzano le sue dichiarazioni omofobe e xenofobe in un paese composto al 50% da afro-brasiliani.

Intanto, a due anni dal golpe istituzionale che ha deposto Dilma Rousseff, l’usurpatore Michel Temer sta portando avanti il programma deciso dai suoi terminali esterni, a colpi di privatizzazioni e misure liberticide. A Rio de Janeiro, da 5 mesi – da quando il controllo dell’ordine pubblico è stato deputato all’esercito -, nelle favelas si impone il terrore e i massacri sono aumentati dell’80%. Quattro mesi fa, nel centro di Rio, è stata uccisa la sociologa Marielle Franco. Per eliminarla è stata usata una mitragliatrice utilizzata solo dalle Forze armate e dei proiettili in dotazione alla polizia federale.

Un omicidio compiuto da uno squadrone di paramilitari, come dimostrerebbe l’arresto di due presunti responsabili – un ex poliziotto in pensione e un ex pompiere -, avvenuto martedi scorso. I due farebbero parte della banda agli ordini di Orlando Oliveira de Araujo, già in carcere per un omicidio simile. E intanto, Temer – sotto inchiesta per corruzione come la maggior parte del suo governo di banchieri e imprenditori – si è recato alla riunione dei Brics a Johannesburg, a cui partecipano i presidenti di Russia, India, Cina e Sudafrica.

A ottobre, circa 144 milioni di brasiliani dovrebbero recarsi alle urne per eleggere il futuro presidente, i governatori dei 27 Stati del paese e anche i deputati e i senatori. La copertina del Diplo brasiliano ha titolato però “Elezioni minacciate”. Perché?

A due anni dal golpe istituzionale, la crisi politica rende la situazione incerta. Il Parlamento è controllato dalle forze conservatrici, che potrebbero imporre elezioni presidenziali indirette, cioè facendo scegliere il capo dello Stato dai membri del Congresso, o addirittura cancellare le elezioni, sancendo un ulteriore distacco dalla volontà popolare. Hanno i numeri per cambiare la costituzione. Cinque dei più importanti gruppi economici hanno sborsato la considerevole somma di 5 miliardi di reais per far eleggere il 70% del Congresso. Deputati che non rispondono al loro partito, ma ai finanziatori. Temer ha imposto un feroce piano di aggiustamento strutturale a seguito di una modifica alla costituzione che proibisce per vent’anni l’aumento della spesa sociale. Questo vuol dire che, in 6 o 7 anni, la sanità e l’educazione riceveranno meno del 50% di quel che ricevono oggi, per non parlare delle pensioni. I salari sono congelati, sono stati tagliati i finanziamenti pubblici ai sindacati. I movimenti popolari sono cresciuti, ma non abbastanza da poter cambiare la situazione.

Lula è in carcere, ma la sua popolarità aumenta, e aumenta anche la pressione internazionale contro quella che appare come una manovra per escluderlo dalla scena politica.

E’ una situazione paradossale: più il “partito dei giudici” frappone ostacoli alla sua candidatura, più aumenta il gradimento di Lula. Secondo i sondaggi potrebbe vincere al primo turno. E se indicasse un qualunque altro candidato, questi avrebbe buone possibilità di passare al secondo turno. Tuttavia, per la prima volta vediamo crescere nella società civile anche l’appoggio a gruppi militari di estrema destra. Questi personaggi sono corrotti come la maggior parte del quadro politico di governo, ma vengono presentati nella giusta luce dai grandi media: i quali – com’è noto – sono diretti dai potentati economici brasiliani, e godono della complicità dell’altro grande attore globale in campo, la magistratura. Il processo a Lula non ha alcun fondamento, lo hanno condannato sulla base di “indizi”, e per tutti è un prigioniero politico. Lo terranno in carcere finché rappresenta un pericolo, per liberarlo magari una volta risolta la questione elettorale.

Con il ritorno a destra dei due grandi paesi latinoamericani, Brasile e Argentina, il progetto di integrazione sud-sud sembra sgretolarsi, mentre aumentano gli attacchi ai paesi dell’Alba, in primo luogo a Cuba e al Venezuela, ma ora anche al Nicaragua. Qual è la sua analisi?

Con il ritorno delle destre in America latina, è aumentata la pressione degli Stati Uniti per smantellare tutti i progetti di integrazione regionale, privatizzare le risorse e controllarle a proprio vantaggio. Da noi, la compagnia petrolifera nazionale, Petrobras, fino a due anni fa era la quinta al mondo, oggi, dopo le privatizzazioni, è al trentesimo posto. Si sta distruggendo la Unasur, di cui il Brasile è stato uno dei fondatori. Sei paesi hanno deciso di uscirne e il Venezuela è stato espulso dal Mercosur. Gli Stati Uniti comprano il petrolio venezuelano, mentre cercano in ogni modo di far cadere il governo Maduro, che però gode di un ampio consenso popolare, come hanno dimostrato le ultime elezioni. Nel continente, c’è un attacco all’autonomia di quei paesi che hanno puntato su una più equa ripartizione delle risorse. Per questo, si va imponendo una narrazione apposita, che mira a egemonizzare gli spazi pubblici a partire dalla “società civile”. Negli ultimi dieci anni, in Brasile si sono costituite oltre 100 organizzazioni della società civile, finanziate dagli Usa: soprattutto dai fratelli Koch, gli industriali miliardari che foraggiano il Ku Klux Klan. Quella di imporre una nuova narrativa che depotenzi i contenuti della partecipazione popolare è una strategia globale.

Be the first to comment on "Guest post: Geraldina Colotti intervista Silvio Caccia Bava, direttore del Diplo Brasile."

Leave a comment

Your email address will not be published.


*