Filtro sonico umano.

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Mi chiamo Giacomo, ho 36 anni e mi sono deciso a raccontarvi questa storia che mi riguarda. Di mestiere faccio l’ascoltatore di musica. Piano; prima di dire che vi sto prendendo in giro con questa affermazione che sembra più una didascalia o che non capite chiaramente, lasciatemi spiegare bene. Lavoro per una grossa Casa Editrice Musicale che è anche una Casa Discografica. Otto ore al giorno intervallate da 4 riposi di 20 minuti l’uno, con il compito di certificare l’impatto su di me di ogni brano musicale che la Compagnia ha pubblicato o intende pubblicare, nelle veci di consumatore medio che mi sono state imposte per contratto. Sono stato selezionato, quindi, proprio come cittadino consumatore, uomo medio di questo paese, per valutare, attraverso una serie di parametri piuttosto complessi che scopriremo assieme, l’accoglienza che ogni singola opera musicale potrà avere sul pubblico…medio, ovviamente.

Non crediate, comunque, che un prodotto musicale, che a questo punto è già commerciale, esca dalle sale di produzione come la materializzazione di un’idea caduta dalla testa di Giove. No, assolutamente. È , anzi, vero il contrario. Inoltre, senz’ombra di dubbio, vince quel prodotto che ha già subito una robusta procedura di preselezione in base alle necessità estetiche del pubblico. Esso è già il risultato di una mole notevole di mediazioni, tra ciò che il pubblico desidera (di fondamentale importanza) e ciò che la Compagnia impone per opportunità e fattibilità, al pubblico stesso. Tutto questo, però, io non lo sapevo prima di fare questo lavoro e con una certa ingenuità eseguivo pedissequamente il mio compito pensando di svolgere una vera e propria funzione sociale di giusto accreditamento di opere artistiche meritevoli, scevra da censure a monte.

Ma andiamo per gradi. Ad onor del vero svolsi da giovanissimo degli studi musicali, non del tutto regolari e sistematici, che mi furono d’aiuto nell’essere assunto nel ruolo ricercato. Il curriculum giusto al momento e posto giusti. Una buona infarinatura, da artigiano decente, fu preferita ad una specializzazione e ad una originalità nel campo che mi avrebbero reso esageratamente narcisista ed indipendente, senza contare che in quelle condizioni di consapevolezza non ero in grado di opporre alcuna resistenza etica o professionale a ciò che mi veniva proposto considerandolo, allora, degno di impegno. Tornando al mio curriculum, dalla musica classica, appresa con dedizione parsimoniosa, passai, per una sorta di desiderio di espressione e sperimentazione, al pop rock e alle forme elettriche più giovanili. Ciò mi permise di spaziare attraverso una serie sufficientemente ampia di realtà artistico-espressive e di vedere all’opera coloro che in esse e di esse vivevano o si apprestavano a vivere. Fu, sicuramente, una fase formativa insostituibile. Nel campo musicale classico mi scontrai, a volte scoraggiandomi, con una inconcepibile realtà fatta di bocciature e promozioni immotivate, scelte espressive le più varie e contradditorie prescritte dai docenti, passando poi, nel campo attinente la musica non-classica, a verificare coi miei occhi l’inedia in cui versavano gruppi e musicisti la cui qualità forse non era eccelsa, ma comunque meritevole d’attenzione, in nome di un astratto valore delle opere di cui ancora sto cercando i parametri. Il risultato primo di tutto ciò era un costante perdersi per strada di tutte queste formazioni che, bene o male, per quanto non risolutive delle sorti dell’arte musicale nazionale, potevano rappresentare, senza rischio, una ricchezza per tutti. Un patrimonio da usare e scoprire nel momento più opportuno. Nulla. Nulla di tutto ciò accadde mai.

Inutile risultava il cercare di afferrare il senso di una votazione decisa a porte chiuse alla fine di un esame, come inutile era il tentativo di scoprire perché veniva rifiutato l’insegnamento a certi allievi da parte di certi docenti. Parimenti inutile era il capire come mai il 99% del materiale che i gruppi musicali spedivano alle Case Discografiche, apparentemente, non veniva nemmeno superficialmente preso in considerazione.

Tuttavia, nel mio caso, tutto questo ha avuto una ricaduta positiva, se non altro perché sono divenuto dipendente di una grossa Compagnia che, diciamo così, da il la, al mercato discografico. Tutto questo non concludere o addirittura fallire che ha contraddistinto me e coloro che ho conosciuto, è stato evidentemente meritevole di attenzione. Oggi, con la maturità raggiunta e certamente col senno di poi, affermo (anche se non posseggo la prova definitiva) che proprio per il mio essere un mediocre ed un fallito medio, sono stato scelto a ricoprire un ruolo così importante anche se non determinante. La mia medietà di musicista mancato, scelta in mezzo ad altre molte migliaia di medietà simili, è la riprova dell’assioma scegline uno per lasciar marcire tutti gli altri. Cosa che ho scoperto viene fatta sempre dai decisionisti dei piani alti nei confronti di quelli che, come me, non contano assolutamente nulla senza che qualcuno li scelga. Ma cercate di non cogliere in queste mie affermazioni una sorta di livore vendicativo per ciò che è stato, per un passato ormai non più emendabile, perché in me, tutto ciò non ha mai contato nulla. Non sono mai stato né un bastian contrario né uno che si sopravvalutava e tantomeno un rivoluzionario intenzionato a cambiare il mondo, trasformandolo in un’oasi di felicità. A me un mondo armonioso e felice annoierebbe da morire e vi assicuro che sto bene così come sono, potendo sbarcare il lunario molto bene coi denari che guadagno. Ciò che invece ho sempre avuto e mai mi è mancato è una curiosità grandissima per le cose della vita, sul perché accadono e con quali finalità, unito ad una franchezza che, in passato, mi è pure costata parecchio. Ma ora non più: in parte perché sono cresciuto, in parte perché la mia residua ruvida franchezza viene utilizzata costruttivamente dai miei datori di lavoro. Scrivo questa confessione proprio in ossequio a questo mio attuale modo di essere.

Il mio primo “caso” riguardò il rifacimento di alcuni concerti di Bach per violino e orchestra e per pianoforte e orchestra . La Compagnia commissionò il rifacimento ad un orchestra slovena che, a prezzi molto contenuti e a tempo di record, ottemperò al contratto. Fui chiamato a giudicare il tutto; furono 3 giorni di ascolto molto attento, dopotutto erano i miei primi giorni di lavoro. Diedi un giudizio per lo più positivo, anche se ebbi delle esitazioni, peraltro chiaramente espresse, sulla qualità tecnica dell’orchestra (in particolare sull’intonazione dell’insieme) e su quella della registrazione a mio avviso tecnicamente un po’ approssimativa. I miei appunti vennero ascoltati con deferenza, ma non mi risulta abbiano avuto una qualche applicazione poiché il tutto venne pubblicato senza troppe remore. Sulle prime non ci feci caso, visto che il mio era pur sempre un giudizio consultivo e senza potere deliberativo, ma in seguito ne trassi alcune riflessioni. La prima riguardava il fatto che con molta probabilità il mio giudizio era considerato ancora troppo specialistico rispetto alla massa dei fruitori che una volta venne definita gregge dai miei responsabili. La seconda aveva a che fare con ragioni eminentemente economiche e mi convinsi che costi così bassi che permettevano un ritorno molto alto di profitti, giustificavano l’operazione in tutto e per tutto.

Ma tutti quegli accenni, tanto infrequenti quanto puntuali, sul gregge e sulla scarsa ed improbabile capacità di discernimento del pubblico, mi fece pensare al tipo di legame, che ritenni e ritengo ancora, insolubile, tra Case Discografiche e pubblico fruitore. Se produci qualcosa per una platea di animali nell’aia che starnazzano o muggiscono e decretano a suon di grugniti il proprio apprezzamento per ciò che gli proponi, sono fermamente convinto che anche tu, dopo un pò, diventi come loro e, alla fine, ti ritrovi a grugnire e starnazzare malamente assieme al deprecabile consesso. In particolare, mi sovviene ora uno scambio di opinioni assolutamente inoffensivo tra me ed i miei responsabili, avvenuto qualche anno fa, nel quale io, sostenendo velatamente questo, venni riportato alla realtà con la solerzia di chi conosceva il mondo molto meglio di me. Certamente, non sono mai stato un tipo eccessivamente veloce e sveglio e, forse, solo oggi riesco ad andare più nel profondo alle cose. Comunque, mi fu risposto che di ideali o di immaginifici (si, il termine fu proprio questo) sensi di giustizia piene erano le tombe e che l’unica cosa che contava, a riprova di tutto, erano i soldi che si potevano fare e che, di conseguenza, qualificavano chi li faceva. Visto dalla parte opposta, per avere successo in questo, ma anche in altri mestieri o professioni, non era assolutamente necessario avere delle idee, o pensare a dei contenuti, ma bastava affidarsi alle applicazioni tecniche a disposizione, bastava abbandonarsi alle ricerche di mercato ed accontentare gli acquirenti. Da questo punto di vista il cerchio era sicuramente quadrato.

Sono peraltro sicuro che ci sia un collegamento tra le fonti del fare cultura, la loro scelta, i nostri sistemi culturali, le griglie interpretative, i parametri in cui vengono ordinati. le modalità in cui vengono esplicitati e posti alla nostra attenzione, il nostro immaginario collettivo e quindi personale. Insomma, tutto si tiene. Tutto è collegato. E se è vero che bisogna distinguere, per comodità di spiegazione, è anche vero che distinguere non può essere sinonimo di separare, come molte volte ho notato che si tende a fare. Altrimenti diventa facile il gioco delle tre carte per cui tutto diventa buono o cattivo in base a ciò che di fondamentale togliamo da ciò che lo alimenta, lo vivifica, lo rende possibile. Se una tromba d’aria è un qualcosa di negativo in sé, non vuol dire che non dobbiamo vedere ciò da cui essa è generata e dimenticare che è si uno sfogo della natura, ma al contempo uno strumento di riequilibrio, generato non solo, ma anche, dall’attività dell’uomo che, spesso, vi si scaglia contro quasi fosse una jattura mandata da chissà quale spirito malvagio. Talvolta penso (ma un pò mi vergogno ad avere di questi pensieri) che siamo quasi in una sorta di medioevo culturale, privi di quello sguardo d’insieme che ci farebbe affrontare con chiarezza e responsabilità le cose della vita. Di certo ciò accade perché alcuni ci guadagnano a scapito di altri che rimangono fuori non solo dal banchetto, ma anche dalla conoscenza che un banchetto da qualche parte si tiene, ed anche perché la responsabilità è dura, è una dura lotta con la vita e costa un prezzo. Solitamente alto. E anche chi è fuori da ogni banchetto non vuole pensieri, problemi e fare fatica. Adagiarsi fa risparmiare energie e ha un senso econometrico.

Io, purtroppo, non ho gli strumenti intellettuali e culturali adeguati per darmi (e darvi) una spiegazione attendibile del perché questo succede e l’umanità indugi così a lungo sui propri limiti quasi fossero delle schifose piattole dure da rimuovere, pigri come siamo nel prendere provvedimenti per la cura della nostra igiene personale. Ciò di cui sono sicuro, poiché l’ho potuto osservare empiricamente per tutta la mia vita, riguarda il fatto che esistano degli strumenti di conoscenza di serie A (le scienze naturali ed applicate) e di serie B (o di serie Z, per essere schietti e sinceri). Nella serie Z ci mettiamo le emozioni e la corporalità, le emozioni, i sentimenti, la religione, l’arte, la musica…in parole povere tutto ciò che non è razionalità stretta, calcolo, per lo meno nella nostra cultura. Segregazione dell’irrazionalità dell’uomo, tenuta compressa ed oppressa il più possibile in modo che non disturbi la società e il mondo come lo conosciamo. Durante la mia vita ho intuito, da sempre, che le emozioni erano pericolose. Potevano far cambiare le cose. Provate a pensare ad un uomo che riceve l’ordine (ed un ordine non si discute, ma si esegue, massima rappresentazione della ragionevolezza di questa società) di uccidere un altro uomo, in un contesto “legalizzato”, come nel campo militare ad esempio. Fucilare un disertore, ma pur sempre un tuo fratello, un tuo compagno, un amico. Ecco che la razionalità, il continuo richiamo ad esigenze “superiori”, ad un fine “supremo”, per quanto astratti, vengono chiamati in causa per giustificare quell’azione, come se essa fosse di tuo immediato ed ineludibile interesse. O pensate a quando, in vari consessi, si richiama l’attenzione al “bene comune”, passando attraverso l’accettazione di metodi o compagni di strada non solo antipatici, ma spesso ostili, scorretti o addirittura malvagi. Non è forse il bene comune tale se, appunto, è comune a tutti gli aderenti a quel consesso associativo? Solo grazie a quelle basi culturali, fondate sulla dissociazione, sulla parcellizzazione dei pensieri e delle azioni, sul distinguere come scusa per separare, perdendo di vista l’unità delle cose, è possibile giungere al punto in cui si diventa dei carrarmati ( e dei killers) e si schiaccia tutto ciò che impedisce di avanzare. Verso dove poi?

Pure su questo tema ebbi modo di discutere ed esprimermi coi miei responsabili, ma per tutta risposta fui trattato come un vero pivello, come uno che poco o nulla aveva capito delle relazioni sociali e del mondo della produzione musicale. Il risultato fu che me ne stetti zitto e non affrontai mai più quel tipo di argomenti.

Mi venne, infatti, risposto che il produrre e vendere (cioè in altre parole, il produrre per il consumo) erano atti non soggetti a giudizio morale, sebbene secernessero un’etica. Quegli atti si giustificavano da soli, capaci di auto-riprodursi, non avevano certamente il bisogno di una giustificazione di alcun tipo, semmai del supporto di una buona campagna di marketing. Ebbi, ancor di più, la sensazione di essere un ingenuo o una sorta di anima bella al limite del ritardo mentale. Tuttavia, viste le mie capacità di adattamento e dissimulazione, ingoiai la cosa e mi preparai ad essere più accorto nelle mie domande e nei miei ragionamenti. Forse, pensai, si tratta della mia non ancora completa integrazione in questo mondo di umane relazioni, rappresentato così adeguatamente dalla società attuale. Dovevo fare degli ulteriori sforzi per immedesimarmi in quella mentalità, farla mia, vestirmi di essa con l’adeguato decoro che un impiegato di una grande Casa Discografica deve possedere. Non riuscivo a comprendere cosa mi sfuggisse realmente di quei meccanismi sociali, di cui la mia ingenua dissociazione psicologica ed etica erano una prova fondamentale, e ciò mi provocava un inconfessabile imbarazzo.

Vi prego, comunque, di non considerarmi un tipo bizzarro poiché non lo sono. Sono strettamente osservante le convenzioni sociali, cerco sempre di essere piacevole nei rapporti interpersonali e di svolgere con responsabilità il mio piccolo, circoscritto ruolo professionale, consapevole di non poter essere perfetto. Proprio in virtù della mia estraneità alle leve del potere. Potrei autodefinirmi un modesto ingranaggio, un collaboratore della macchina, ma nemmeno un secondo pilota. Forse una figura di terza o quarta fila, che talvolta nemmeno si intravvede sullo sfondo.

Ma ora lasciatemi raccontare un pò di cose che non sapete. Intanto dei parametri con i quali si analizza la materia grezza che deve andare in produzione. Per prima cosa dovete sapere che nelle Case Discografiche si è capito molto bene, al contrario di quello che si crede, che è importante avere un metodo per analizzare il materiale sonoro prima di forgiarlo, assemblarlo e rifinirlo. Alla musicologia è stato “rubato” il sistema del confronto intersoggettivo, di quello interoggettivo e della sostituzione ipotetica. Credetemi: ho sempre avuto il sospetto che le scienze, al pari delle ideologie, servissero a corroborare l’esistente, più che a migliorarlo. Inoltre, tenete ben presente che vi sto riportando cose che ho scoperto da pettegolezzi, mezze frasi, carte buttate nei cestini della spazzatura degli uffici e lungo gli ampi e luminosi corridoi che li collegano. Quindi, non aspettatevi da me dei chiarimenti approfonditi su che cosa significhi tutto quello spreco di termini para-scientifici: non sarei in grado di darveli. Posso solo dirvi che la musica deve essere analizzata e compresa attraverso la musica stessa e non con concetti filosofici o col linguaggio verbale: sarebbe un’inutile perdita di tempo e non ci porterebbe da nessuna parte. I capoccia dicono che bisogna usare un “meta-linguaggio musicale”. Questo approccio, cioè quello degli addetti ai lavori, tra l’altro, per quanto possa sembrare pragmatico, secondo me porta ad una tendenza alla ripetizione degli stilemi. Inutile dirvi che la ritengo una delle ragioni per cui c’è una certa tendenza a ripetere non solo gli stili, le modalità esecutorie all’interno di ognuno di essi e i timbri, ma pure le frasi musicali in ogni brano, con insistenza addirittura ossessiva.

Infatti, a conferma di ciò, vi citerò un caso nel quale rimasi perplesso sulle scelte adottate in fase di editing durante la registrazione di un album. Il cantante ed il suo gruppo, dopo aver registrato una serie di brani che mi vennero sottoposti, furono messi a riposo per una settimana, il tempo necessario ad apportare delle modifiche nella struttura di alcuni brani e a riproporglieli e farglieli digerire definitivamente. Il tutto nacque in buona parte perché io dissi che non riuscivo a comprendere alcune svolte armonico-melodiche, considerandole addirittura involute e troppo complesse. Al limite del bizzarro. La mia opinione venne tenuta molto in considerazione e, sicuramente, fu la leva che qualcuno usò perché già di suo pensava che le cose stessero prendendo una piega che il pubblico non avrebbe accettato. Quindi le frasi musicali incriminate vennero sostituite con altre più convenzionali che ridiedero al lavoro complessivo un tono rassicurante. Sappiate che nessuno del gruppo, messo davanti all’innovazione, fiatò. Diciamo che la loro fiducia nell’operato dei miei capoccia era assoluta.

Forse non lo sapete, ma nella confezione di un prodotto musicale (al pari di altri prodotti, mi confermano) i parametri da soddisfare per un lavoro soddisfacente sono diversi. Ve ne elenco alcuni che ritengo importanti. Intanto il tempo. Il tempo metronomico, intendo. Generalmente e con eccezioni specifiche di cui vi dirò poi, esso non dev’essere mai al di sotto dei 96 bpm. L’energia di un “battito” sostenuto è alta, per cui non può che generare positività, ottimismo, felicità. Battiti inferiori a quello tendono a generare una certa tristezza e, di conseguenza, la riflessione. Ma, mi dicono, non si può vendere una cosa del genere perché se poi uno comincia a riflettere troppo va a finire che non compra più. E poi, perché indugiare su tristi riflessioni, magari intorno alla propria condizione personale o di gruppo? Il tempo è fondamentale, quindi. Poi le tonalità, che in generale devono essere in maggiore o appena accennate. In quest’ultimo caso si dà anche un tono di ricercatezza e sperimentazione che però, in confidenza, io ritengo una bufala. Credo, infatti, che la dispersione tonale, la sua rarefazione, non sia altro che una scappatoia per arrivare all’entropia tematica. I temi deboli, se non inesistenti, alla fine non si imporranno mai. Le tonalità in minore – e qui mi ricollego alle eccezioni che avevo promesso di affrontare – serve solo nei casi di narrazione bucolica, o nostalgica. Casi ben delimitati, quindi.

Poi i timbri che, grazie alla tecnologia digitale, devono venire depurati da suoni dove si sente l’intervento umano, o possano in qualche modo inquietare un ascoltatore che vuole semplicemente essere intrattenuto. Dopotutto la musica non è conoscenza, ma puro intrattenimento. Oddio, sento di parlare come i miei capoccia! Ho imparato la lezione…finalmente! Quindi, il suono deve essere omologato e, coloro che invece si oppongono a questa falcidie di “errori umani”, non devono essere presi in considerazione, poiché non si rendono conto che si battono per una varietà che la gente non desidera e, credo, non apprezzi. Sono dei dispersivi, sono contro i prodotti industrializzati e la possibilità di generare profitti che quei prodotti posseggono. Sono, in definitiva, contro chi ci lavora e conseguentemente ne sfama le proprie famiglie. Il lavoro è importante (e non date a quest’affermazione un carattere materialistico), ci fa alzare ogni mattina e non ci va che il nostro sia delegittimato da una banda di scalmanati in vena di polemiche etiche. Wow, sto diventando un avvocato difensore dei miei capoccia e colleghi: era ora!

In tutti questi anni di apprezzato e fedele lavoro presso la Casa Discografica, mi sono anche chiesto quanto la musica scritta classica avesse influito sui prodotti musicali contemporanei che, in qualche modo, ne erano gli eredi, per quanto non desiderati. A questo punto, tuttavia, mi diedi delle prime risposte tracciando un parallelo tra il linguaggio scritto e quello musicale scritto che ne rappresenta una “evoluzione” o meglio una ulteriore possibilità. Perciò un influsso c’è e ha a che fare con la nostra capacità innata (o meglio programmata) di sviluppare il linguaggio verbale prima, scritto poi e così via. Qui abbiamo il legame con il dato di fatto rappresentato dalla centralità del nostro udito rispetto alla nostra vista, che viene dopo il primo, nella nostra evoluzione e nella costruzione di ciò che siamo.

Certamente la musica scritta classica ha lasciato una potente eredità, nell’armonia come nella melodia. L’eredità è del tutto culturale e deriva, come già accennato, dall’errore insito alla nostra tradizione culturale secondo cui la musica non è conoscenza, dal predominio delle scienze naturali e applicate che sussumono la creazione artistica e del linguaggio scritto su quello orale, sulla segregazione delle emozioni e della corporalità, sulla materialità e corporalità segregata, nonché sul predominio del calcolo sull’emozione.

Tutto quello che vi stò raccontando l’ho imparato dai miei capoccia e dai colleghi, alcuni dei quali bravissimi e zelanti e dalla pluridecennale esperienza nel campo; devo a loro questa mia capacità di comprensione dell’ambiente in cui agisco e in cui mi relaziono con gli altri. Devo a loro la mia coscienza, ma anche la mia capacità di influire sul mercato, perché una persona modesta come me non può che produrre, negli altri, fiducia, nella sicurezza che non potrò mai e poi mai capire veramente le cose e poter dare loro una direzione diversa che quella che abitualmente recepiscono. Questa è la mia unica forza in una realtà in cui sono obiettivamente debole e senza potere alcuno, nonché redarguito o emarginato ogniqualvolta esprimo dei dubbi a voce sull’operato dei miei datori di lavoro e/o colleghi.

Ma è con la mia nonchalance di filtro sonico umano, come appare scritto, nero su bianco, nel mio contratto di lavoro ad hoc, che riesco a far passare una cosa rispetto ad un’altra, un’opera rispetto ad un’altra, nella mia lotta quotidiana per il bello e l’ascoltabile piuttosto che per il brutto e l’inascoltabile che riesco, come molti altri me in giro per l’angusto mondo delle Case Discografiche, a svolgere un ruolo socialmente utile, forse anche umanamente sostenibile. Sebbene sempre limitato al mio modo di vedere le cose.

Il mio riposo è finito ed in verità ho fatto passare qualche minuto di troppo oltre la pausa concessa, per cui torno al mio lavoro a gambe levate. Oggi devo ascoltare una specie di cantautore, che non mi piace moltissimo, ma a cui renderò un buon servizio. Aspetto invece con grande interesse la prossima settimana, perché dovrei aver finalmente approntato un sistema, semplicissimo, per rallentare il metronomo digitale, di almeno dieci punti, inserendomi nel software applicativo dell’azienda. Venti punti in meno potrebbero essere subito percepiti, facendomi scoprire. Dieci vanno bene. Dopotutto è meglio iniziare per gradi.

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