Dopo l’89.

Soviet_empire_1960
Soviet_empire_1960

C’è un nodo da sbrogliare. Cominciamo; cade il Muro di Berlino, molti fanno festa, poi succedono delle cose. Il mercato si globalizza; l’est arriva qui (braccia e qualche capitale), noi andiamo di là (capitali, per lo più). Ora, la cosiddetta sinistra, dopo un colpo di questo genere non riesce a costruirsi un futuro. È una delle cause fondamentali dell’epilogo della storia europea di questi giorni, soprattutto di quella italiana che ha avuto il più grande PC dell’Occidente. Un epilogo in cui non solo ci sono Salvini e Di Maio con tutte le conseguenze politiche e sociali del caso, ma in una fase dove tutti i nodi stanno venendo al pettine.

La mancata costruzione di una continuità con i grandi progetti di prima, cioè siamo passati dal sol dell’avvenire al nulla. Tutte le speranze di prima, su cui viveva la vecchia classe politica del PCI, venivano ora cancellate in funzione di un apparato ideologico moralista fatto di parole d’ordine retoriche come solidarietà, democrazia, Europa, mentre si lasciava che il capitalismo avanzasse a passi da gigante annichilendo il corpo sociale e ogni possibilità di opposizione.

Tuttavia, si poteva guardare alle esperienze altre nel mondo, si poteva agganciarsi a ciò che stava intorno ed era, più o meno sostanzialmente, di sinistra. Questo, per poter sopravvivere politicamente. Guardare, agganciarsi, assimilare ed assimilarsi ad un modello che permettesse di andare avanti. Farla finita col passato: riconoscere gli errori, ma anche ciò che ha funzionato. Voltare pagina. Allora, che cosa c’era intorno a noi?

Alcune cose: la socialdemocrazia scandinava, quella europea però troppo piegata sul nazionale per diventare un modello di più ampio respiro, c’era l’Asia (Cina, Vietnam, Laos) che ormai è il nuovo player mondiale, il Sudamerica che stava iniziando a dare segni di risveglio. Ora, di tutti questi possibili modelli non ne è stato seguito nessuno.

Analizziamoli meglio. Se avessimo seguito le socialdemocrazie scandinave saremmo sicuramente durati diversi anni, ma non così tanti, vista la crisi in cui versa già dagli anni 2000, per non dire dalla crisi del debito in poi. Idem, se non peggio per le socialdemocrazie continentali, troppo legate ai rispettivi governi ed ormai assimilabili alla visione neoliberista.

Più intelligente sarebbe stato seguire le altre due opzioni. Quella dell’America Latina, nonostante i problemi e gli USA che si sono messi di traverso, dimostra tuttora una certa vitalità ed ha ancora la possibilità di misurarsi con la forza nelle piazze e nei governi. Può rispondere e sopravvivere agli attacchi. Poi abbiamo l’ultima opzione, quella asiatica, dove ci sono ancora paesi con forme di socialismo che derivano dalla storia autoctona di quei paesi ed hanno conosciuto, negli ultimi 30 anni solo miglioramenti nelle condizioni di vita e nell’economia, Cina in primis. Paesi che hanno anche mangiato pezzi della nostra ricchezza e del nostro lavoro e know-how, ma di cui noi non ci siamo accorti.

Dovevamo confrontarci con queste realtà e costruire, attraverso il confronto, un qualcosa di nostro, nel senso di occidentale, senza rinnegare il passato. I nostri dirigenti si sono ben guardati dal fare qualsiasi cosa di utile al futuro dei propri militanti ed elettori che intorno a quel progetto politico avevano speso energie fisiche, morali, sentimentali, intellettuali. Quello schifo di classe dirigente ha mollato il colpo e chi s’era visto s’era visto. Poi, coerentemente con questo naufragio di ogni decenza politica ed intellettuale, abbiamo un D’Alema e un Bersani che rivendicano privatizzazioni e liberalizzazioni.

Questa gente è parte integrante del problema Salvini-Di Maio e se questo è il livello non ci sono speranze.

Be the first to comment on "Dopo l’89."

Leave a comment

Your email address will not be published.


*