Domenico Losurdo, Imperialismo e questione europea.

Domenico Losurdo
Domenico Losurdo

di Nazareno Galiè

Questo volume raccoglie vari contributi scritti da Domenico Losurdo tra il 1978 e il 2017. Il filo conduttore è la validità della categoria di imperialismo, mutuata da Lenin, e del suo impiego per la comprensione dell’attuale contesto internazionale. Nei saggi che compongono la raccolta, viene contestata la concezione economicistica, riduttiva, dell’imperialismo, che trasforma questo termine in una facile etichetta con cui contrassegnare tutti gli Stati che esercitano una qualche forma di politica estera assertiva. Ma dall’altro lato viene anche respinta la tesi che presuppone l’inutilizzabilità di questa categoria nel contesto di una globalizzazione che avrebbe unificato il genere umano sotto la giurisdizione di un Impero economico de-territorializzato. Concezione quest’ultima riscontrabile nel saggio di Hardt e Negri, Impero (2002), che, in linea con l’ideologia dominante, proclama la fine della storia e l’unificazione del genere umano sotto le leggi impersonali del mercato.

Nei vari articoli ed estratti, provenienti soprattutto da Il linguaggio dell’impero (2007), La Sinistra assente (2014) e Un mondo senza guerre (2016), l’autore ritiene opportuno focalizzare l’attenzione sulle radici materiali e ideologiche dell’imperialismo. Da un lato, ricostruendo i miti che soggiacciono storicamente alle politiche di sopraffazione ed espansione, dall’altro analizzando gli stratagemmi economici e militari messi in campo per realizzarle. Ne risulta che, nella fase attuale, sono essenzialmente gli Stati Uniti a mettere in pratica un’autentica politica imperialista. Paesi come Cina, Russia e, in alcuni casi, persino l’Unione Europea, sia pure con numerose distinzioni di cui occorre tenere conto, costituiscono piuttosto degli argini a queste politiche o in ogni caso soggettività che ne subiscono gli effetti nefasti. Le innumerevoli basi americane presenti sul continente europeo, la pressante richiesta da parte di Washington affinché “gli alleati” contribuiscano alle spese militari, l’obbligo da parte degli Stati europei di accettare le sanzioni e le politiche di blocco decretate dagli Stati Uniti, sono esempi della subalternità dell’Unione Europea agli Stati Uniti, ma, soprattutto in riferimento alle timide contestazioni che innescano, anche segnali di un tentativo, benché ancora eccessivamente blando, da parte della prima, di accrescere la propria autonomia. Losurdo cita in proposito le divergenze fra Europa e Usa a proposito dell’Iran, di Cuba, dello Stato palestinese, ecc. L’autore contesta, pertanto, il provincialismo della sinistra italiana ed europea, che vede nella Cina un paese imperialista, nonostante quest’ultima non abbia imposto sanzioni economiche a chicchessia né invaso militarmente nessun paese. È questa una sinistra subalterna all’ideologia liberale, incline a stigmatizzare il grande paese asiatico proprio per la sua indipendenza politico/economica. Ma Losurdo respinge anche le tesi di quanti considerano l’Unione Europea una forza imperialista, dimenticando come, invero, l’UE sia tenuta a ospitare basi americane e a implementare politiche contrarie ai propri interessi, per aderire ai desiderata di Washington.

In tal modo la sinistra occidentale, anche quella che a torto ragione si richiama alla tradizione comunista, disperde le proprie forze, contestando sì le politiche monetarie di Bruxelles o le direttive della BCE, ma dimenticando quello che dovrebbe essere “il nemico principale”: quell’imperialismo americano che negli ultimi anni ha bombardato e invaso Jugoslavia (1999), Afghanistan (2001), Iraq (2003) e ha spinto i propri “alleati” ad intervenire in Libia, Siria e in tutti i paesi che esprimevano governi ostili ai suoi disegni. Secondo la teoria di Lenin, il cui scritto sull’imperialismo rimane, per tanti aspetti, insuperato, il capitalismo ha anche una dimensione ideologica. Gli Stati Uniti sono l’unica nazione che si considera “indispensabile”. I dirigenti politici statunitensi parlano a questo proposito di “destino manifesto”, di un presunto mandato divino, arrogandosi il diritto di far valere i propri standard e le proprie leggi su scala globale. Concezioni assenti, ad esempio, in Europa, screditate dalla sconfitta del fascismo e dall’emergere, già nell’Otto-Novecento, di una società laica. In questo senso, Losurdo mostra come i miti genealogici del nazismo si riflettano nella cultura politica degli Usa, paese i cui padri fondatori hanno strenuamente difeso l’istituto della schiavitù e in cui la segregazione razziale e la white supremacy sono state implementate fino agli anni Sessanta. Per esempio, Losurdo ha rilevato come il termine Untermensch, utilizzato dal terzo Reich per indicare i popoli sottosviluppati, che meritavano di essere schiavizzati dalla superiore razza germanica, sia in realtà un calco dell’inglese under man. L’ideologo nazista Rosenberg, in effetti, espresse la propria ammirazione per il libro dell’americano Lothrop Stoddard, The menace of the Under Man (1922). I temi e i miti del nazismo tedesco hanno inoltre vari punti di contatto con l’ideologia che sta alla base degli Stati Uniti d’America, si tratti del concetto di “nazione necessaria” o del “destino manifesto” legato agli anglosassoni protestanti.

Le analisi più propriamente storiche, filtrate dalla concezione filosofica marxista-leninista dell’autore, sono costantemente accompagnate dal riferimento alla realtà attuale; utilizzando anche autorevoli fonti giornalistiche, l’autore si impegna in uno smascheramento meticoloso dell’ideologia dominante, facendo notare la contraddizione fra l’universalismo astratto degli “intellettuali” liberali, difensori acritici dell’imperialismo statunitense, e le realtà concrete delle politiche egemoniche americane.

Un altro tema, è la questione delle risposte all’imperialismo da parte del movimento operaio, che ha ormai smarrito la capacità di individuare il nemico principale e ha rinunciato a quella lotta per la pace e per l’emancipazione dei popoli oppressi che caratterizzarono, in passato, la politica del movimento comunista internazionale.                                                                                                    

Conclude il libro una postfazione di Stefano Azzarà, in cui viene mostrata la subalternità, la strumentalità e la confusione della corrente rivolta populista che, ipostatizzando lo scontro fra un establishment tecnocratico con sede a Bruxelles e un fantomatico popolo detentore di tutte le virtù, elude qualsiasi confronto con la realtà concreta, attardandosi nella critica all’UE come fosse il nemico principale da abbattere.

Emiliano Alessandroni, oltre ad essere il curatore del volume, è autore sia di un’introduzione che di una pregevole appendice, dove presenta un’originale rilettura della “teoria dei tre mondi” di Mao Zedong. Con lo scopo di concentrare gli sforzi contro il nemico principale, il grande rivoluzionario cinese individuò tre sfere (ovvero tre “mondi”) nelle quali scomponeva i rapporti di forza fra gli organismi politici su scala planetaria. Al Primo Mondo appartengono gli Stati Uniti, con la loro politica imperialista ed egemonica; il Terzo comprende tutti gli Stati che combattono contro la colonizzazione e per la loro indipendenza, Cina, Vietnam e gli altri paesi ancora socialisti. Nel Secondo Mondo, di cui fa parte l’Europa, rientrano invece tutti quegli Stati, come Giappone e Canada, che si trovano con il Primo Mondo in un rapporto dialettico: essi, cioè, sono attratti, ma altresì respinti dall’imperialismo statunitense, la cui politica lede i loro interessi. Sarebbe compito dei comunisti, quello di organizzare una concentrazione di forze, sostenendo quegli Stati che danno un maggiore esempio di pianificazione economica e di democrazia nelle relazioni internazionali. Disperdere le energie, combattendo gli assetti europei e dimenticando il pericolo rappresentato dall’imperialismo americano, equivarrebbe infatti, in ultima analisi, a “lavorare per il Re di Prussia”.