Divario culturale.

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Nel mondo esistono culture diverse, dislocate in aree del mondo fra loro lontane. Chiameremo questa dislocazione geografica, dislocazione orizzontale e le culture che le sono proprie, alterne. Questa presenza c’è nonostante il processo di omologazione portato avanti dal capitalismo globale che annichilisce tutte le culture alterne e subalterne.

Tuttavia, non esiste solo la dislocazione orizzontale di queste culture, ma anche quella verticale: all’interno di ogni cultura ne esistono altre che chiameremo subalterne.

Il risultato sul piano culturale di questa guerra portata avanti dal capitalismo globale nei confronti di tutto ciò che non è omologato è sotto gli occhi di tutti e si chiama desertificazione culturale.

La contraddizione che viviamo tutti è precisamente questa: operiamo quotidianamente a tenere in piedi un sistema che non solo distrugge le manifestazioni culturali ed espressive – alterne – in senso orizzontale e verticale (subalterne) dappertutto ove si insedi, ma ci priva – attraverso questo processo – delle nostre possibilità espressive attuali e potenziali in quanto “omologati”.

Anche le culture anarco-social-comuniste nate (le ultime due) dal fecondo incontro tra teoria marxista e movimento operaio, sono state attaccate frontalmente dal capitalismo globalizzato e sconfitte, al netto di alcuni focolai di resistenza in giro per il mondo.

Nelle metropoli occidentali queste resistenze sono spesso poco visibili, altre volte grottesche. Di questi tempi si nota, altresì, molto l’attacco che il sistema sferra quotidianamente contro l’Islam (inteso chissà come e su chissà quali basi se non quelle degli interessi immediati all’auto-conservazione del Potere stesso), mentre gli anarco-social-comunisti oltre al dileggio normale, vengono appesantiti di ulteriori argomenti d’odio e sommersi da insinuazioni come quella di essere “amici degli islamici”.

Mancando di argomenti se non quelli dell’ignorante sospetto complottista, chi formula queste ipotesi non si rende conto di decretare, per se stesso, l’immediata auto-defenestrazione dal consesso umano che sa che l’altro da sé è pur sempre nostro fratello.

Allora, forse, i portatori residuali di culture alterne e subalterne dovrebbero ridare peso alla conservazione della loro cultura come parte di quella umanistica, più ampia, di cui è un’articolazione possibile. Dovrebbero ricominciare ad insegnarla seriamente, in consessi pubblici e privati ed averne cura in quanto cultura minacciata di esistenza forse al pari dei tempi in cui si bruciavano i libri nelle piazze. 

Costoro dovrebbero farlo partendo dalla constatazione che ogni cultura alterna o subalterna è la dimostrazione pratica che si può vivere, e bene, senza i parametri del finanz-capitalismo (con Luciano Gallino) o del capitalismo-consumismo (citando me stesso) o del neoliberismo che dir si voglia. E proprio per questa ragione vanno preservate e magari utilizzate come forme di partenza per possibili esperienze che ci portino ben al di là dell’omologazione corrente.

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