Breve saggio sull’arte e la cultura della Cina. [8]

Hongwu
Hongwu

La dinastia Ming rappresentò la restaurazione a tutto tondo. Essa insediò un cinese, ancorché di umili origini, sul trono, restituì all’impero le sue frontiere storiche, ripristinò la fede nei valori tradizionali della civiltà nazionale, riportò la pace e la prosperità che i cinesi consideravano come loro patrimonio indiscutibile e fece loro ritrovare la leadership dell’Est asiatico. I Ming riuscirono a contenere, per tre secoli, la pressione proveniente da nord e a ripristinare e mantenere la circolazione sulle grandi vie dell’Asia centrale.

L’obiettivo primario della dinastia Ming fu quello di vivere in pace e prosperità. Le opere d’arte di questo periodo (ceramiche, lacche, smalti, architettura) sono ricche e ridondanti, produzioni notevoli che preannunciano i capolavori del 17° e 18° secolo.

Su un punto, tuttavia, dobbiamo soffermarci. Sul punto che riguarda la statuaria che, durante il loro dominio, andò declinando. Le ragioni sono diverse e fra loro concatenate. L’occupazione mongola che ruppe con la tradizione, la riduzione della popolazione (del 50%) e degli operai adibiti alle opere pubbliche; infine, il fatto che i mongoli incoraggiassero il buddhismo come religione non-cinese, e quello tibetano in particolare, che non conosceva la monumentalità.

I confuciani erano visti male, mentre i monaci buddhisti prosperavano in virtù dell’esenzione dalle imposte e dell’affrancamento dalla legge comune. Sotto i Ming, i confuciani riconquistarono la loro autorità e il loro prestigio e screditarono il buddhismo che, nel frattempo, grazie all’uso strumentale operato dai mongoli perse in credibilità e fervore fideistico.

Come già detto, non esiste una scultura attribuibile all’era Yuan. Oltre alle ragioni di cui abbiamo già accennato, c’è da dire che gli artisti e gli uomini colti, in quel periodo, e per ragioni di sicurezza personale e di convinzioni morali, disertarono le città e si auto-esiliarono in campagna. Questo avvantaggiò la pittura, ma non la scultura.

Il periodo Ming non è originale o fertile né da un punto di vista culturale generale, né sotto un profilo spirituale. La plastica, la letteratura e l’ideologia in vigore, non dimostrano alcuna capacità di veduta originale.

Il loro punto di riferimento politico erano i Tang; da un punto di vista artistico si guardava ai capolavori Tang e Song.

I principi Ming erano di oscura origine. Questo era vissuto da loro stessi come un handicap e, quasi, una vergogna. Per questo motivo la loro è un’arte da arricchiti che si orienta al grandioso.

Del periodo Ming è lo spostamento della capitale da Nanjing a Beijing, con tutta l’opera architettonica ed infrastrutturale che vi si collega. Questa decisione, di grande importanza, fu opera dell’imperatore Yung-lo o Yongle. La sua intenzione era quella di spostarsi dal centro ricco ed evoluto di Nanjing per costruire una nuova città, grande e fastosa, in prossimità della Grande Muraglia, per difendere meglio l’Impero. Per inciso, la scelta precedente di avere la capitale a Nanjing fu opera di Li Shimin, vecchio monaco che fondò la dinastia Ming. Fu una scelta intelligente, operata da un fine politico ed amministratore. Tuttavia Yung-lo (Yongle), riesce nell’intento di modificare non solo gli assetti strutturali ed infrastrutturali della regione di Beijing e di ciò che vi ruota attorno, ma anche i flussi migratori che, giocoforza e diversamente da quanto accaduto fino a quel momento, dovevano muoversi da sud verso nord.

Da un punto di vista artistico il periodo dell’imperatore Yung-lo (Yongle) è magniloquente, ma non troppo vitale. In questo senso lo è molto di più il periodo in cui a Nanjing c’era Li Shimin. Lo si può osservare nelle opere monumentali funerarie, laddove i guizzi vitali dell’arte Tang sono ancora presenti a Nanjing, mentre a Beijing i gruppi del mausoleo di Yung-lo (Yongle) sembrano aridi e senza vita.

Dopo Beijing, il mausoleo di Yung-lo (Yongle) è l’opera monumentale più prestigiosa del periodo Ming. Yung-lo occupò il trono dal 1403 al 0424. si chiamava, in realtà, Cheng-tsu e fu un usurpatore. Il primo Ming aveva designato a succedergli suo nipote, ma il suo quarto figlio, Yung-lo, detronizzò il principe legittimo. Ciò comportò, da parte dei letterati, una fiera opposizione, poiché per essi la nozione di legittimità, in fatto di successione, aveva un’importanza fondamentale. Bisogna sottolineare che, nonostante la successiva lotta per il potere che durò circa quattro anni, Yung-lo fu un dirigente capace ed energico, sotto il quale l’impero Ming raggiunse l’apogeo. Egli intendeva sistemare, una volta per tutte, la minaccia del nord, ponendosi personalmente alla testa di 5 spedizioni in territorio mongolo. Riuscì a fare un compromesso con i giapponesi, i cui pirati corseggiavano le coste cinesi.

Yung-lo ebbe anche il merito di inviare sue missioni navali che gettarono l’ancora sulle coste dell’India e di Ceylon. Insieme al fatto che come risultato di queste missioni navali, Giava fu costretta a pagare tributi all’imperatore e furono toccate l’Africa orientale e il Golfo Persico, possiamo ben dire che, con esse, ci troviamo di fronte ad imprese veramente importanti per l’epoca. Tuttavia, nonostante queste imprese, la Cina rimase un impero continentale, non diventando mai una potenza marittima.

Yung-lo riorganizzò le terre devastate dalle guerre. Nonostante fosse favorevole al buddhismo, sostenne i letterati confuciani, senza i quali non c’era amministrazione. Incoraggiò gli studi classici. Volle creare una gigantesca antologia dell’immensa letteratura cinese, che doveva comprendere 23.000 volumi, ma vista la vastità del compito, la maggior parte dell’opera rimase in forma di manoscritto. Il suo regno vide l’affermarsi della classe degli eunuchi che usarono piuttosto male il proprio potere.

Le sculture del mausoleo dell’imperatore che sorge a NanKou, a 50 chilometri da Beijing, sono di ispirazione Tang, anche se lo slancio delle opere antiche è esaurito. Il bestiario evoca i cavalli della dinastia Han. Il risultato presenta delle caratteristiche di staticità e copiatura che limita la loro grandezza, soprattutto se li si paragona alle sculture del passato.

La morte di Yung-lo (1425) segna l’inizio della decadenza Ming. Il principe ereditario occupò il trono per soli sei mesi, poi fu la volta del nipote di Yung-lo che regnò undici anni. Fu quindi la volta di Cheng-tung, bisnipote di Yung-lo, che divenne imperatore a otto anni, sebbene la reggenza fosse dell’imperatrice vedova. Il bambino era sotto la tutela e la soggezione delle donne e degli eunuchi, che lo tenevano nella più assoluta ignoranza dei fatti del mondo.

Le regole dell’amministrazione furono addirittura sovvertite: un amministratore imperiale nemmeno poteva più incontrare l’imperatore ed informarlo di ingiustizie o problematiche generali concernenti l’amministrazione.

Tuttavia, dopo molte esitazioni, gli eunuchi spinsero l’imperatore ad intraprendere una campagna militare contro i mongoli che, tuttavia, fu una catastrofe, tanto che lo stesso imperatore cadde in mano al nemico.

I cinesi furono obbligati – per trattato – a non intromettersi negli affari mongoli. L’imperatore fu alla fine liberato, ma i cinesi dovettero rinunciare alla sottomissione dei mongoli.

Sotto Cheng-te (1505-1520) la potenza degli eunuchi raggiunse il massimo e la corruzione toccò il massimo grado. Contemporaneamente, il sistema esattivo divenne un vero e proprio ladrocinio, provocando il risentimento di vaste regioni imperiali. In questo periodo il contrasto tra eunuchi ed amministratori letterati raggiunse il massimo.

I seguenti imperatori Chia-ching (1520-1566) e di Wan-li (1572-1620) furono più duraturi ed il loro dominio più tranquillo rispetto a quello dei predecessori. In quel periodo la minaccia mongola si fece più pressante, mentre al contempo i pirati giapponesi depredavano le coste della Cina, corseggiando anche città importanti come Yang-chou e Ning-po. Le incursioni erano spesso condotte da signori della nobiltà nipponica, erano perciò atti che possiamo considerare interni alla volontà delle istituzioni al tempo vigenti in Giappone.

Nel 1644 cade la dinastia Ming e contemporaneamente si afferma la potenza Manciù, ultimo atto della bimillenaria dinamica tra impero cinese e tribù settentrionali. I Manciù erano di origine tungusa e furono organizzati da Nurhachu (1559-1626) che, forte delle tradizioni sia politiche che guerriere dei mongoli, finirono per controllare un vasto territorio al confine settentrionale cinese e tutta la Corea.

Il dominio Ming fu scosso da una grave rivolta causata dalla fame e dalla sperequazione regnanti nelle campagne. Capo della rivolta fu Li Tzu-cheng che riuscì ad occupare Pechino nel 1646 mentre l’ultimo imperatore Ming si uccise gettandosi da una torre.

Perciò, quello che non riuscirono a fare i Manciù contro l’impero, fu fatto dai Ming stessi, privi ormai di visione strategica. Peraltro, la lontananza di Pechino dalle campagne meridionali e l’obbligo di approvvigionare una tale metropoli, accrebbe la crisi dell’Impero dall’interno.

Il ribelle Li fu, comunque, frustrato nel suo progetto di fondare una nuova dinastia. Durante la presa di Pechino da parte dei ribelli, un generale imperiale di nome Wu San-kuei, a cui Li aveva ucciso il padre e rapito la concubina preferita, si vendicò lasciando passare i Manciù dalla Grande Muraglia, i quali sbaragliarono i ribelli.

I Manciù ci misero quaranta anni, con l’imperatore Kangxi (1662-1722) per affermare la loro egemonia sull’impero. Il sud della Cina gli rimase sempre ostile e gli stessi Manciù diffidavano di una popolazione così numerosa ed istruita. Pechino fu restaurata e divenne la città moderna che conosciamo oggi.

I Manciù si cinesizzarono in maniera importante, sentendosi gli eredi della cultura cinese. Divennero protettori delle arti, campioni del confucianesimo, cronisti del passato, ultraconservatori.

Sotto i Manciù l’impero conobbe, per lo più, la pace e la prosperità. Solo l’invasione occidentale del 19° secolo riuscì ad annientare la tranquillità e la sicurezza dei Manciù stessi.

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