Appunti su Julius Evola ed “Il libro della via e della virtù” di Lao Tse.

Julius Evola
Julius Evola

Nasce a Roma nel 1898 in una famiglia della nobiltà siciliana Giulio Cesare Andrea Evola, che poi conosceremo come Julius. Dal 1915 al 1921 si dedica alla pittura futurista e dadaista, pubblicando con G. Cantarelli e A. Fozzi l’unica rivista dadaista italiana, la rivista “Bleu”. Come egli stesso afferma “in Italia non c’è stato un vero movimento Dada”. In un certo senso questa esperienza è un percorso di crescita personale propedeutico a capire meglio se stesso. In seguito decide di dedicarsi esclusivamente agli studi filosofici. Evola è fortemente influenzato da Nietsche ed è, al tempo stesso, sostenitore dell’idealismo gentiliano. Egli riesce nell’intento di sviluppare uno spiritualismo volontaristico e “magico”, utilizzandoli come base da cui elaborare una posizione ideologica decisamente reazionaria. Fa sua, rielaborandola, un’idea platonica di razza fondata sull’atteggiamento aristocratico già proprio di J.A. Gobineau. Evola, tuttavia, distingue fra un razzismo materialistico, diciamo biologico, e un razzismo “spirituale”, prossimo a quello di F.L. Clauss. Surroga la nozione di “ariano mediterraneo” a quella di “ariano nordico”. In un paese, come l’Italia, nel quale c’è ben poca omogeneità nei tratti somatici, che vanno dal nordico al nordafricano e mediorientale, ed etnici (intesi proprio come etnòs), non poteva, Evola, fare altro che tentare un’altra strada per costruire un fulcro di aggregazione della “nazione”, trovandolo nella dimensione “spirituale”.

Egli, tuttavia, è la chiara dimostrazione di come ogni apparato ideologico e culturale necessiti di un lavoro per porsi (ed imporsi) all’attenzione del pubblico e di come questo lavoro sia necessario a causa della carenza di una natura immutabile nel tempo in ogni cultura, in ogni educazione. Ed è, inoltre, la prova provata dell’uso massiccio, nei suoi testi, di “idee senza parole“, di idee e concetti che non necessitano di ragionamenti e spiegazioni per generare un riflesso condizionato nell’interlocutore. Tuttavia egli, nel bene e nel male, è stato fautore di studi filosofici che hanno spaziato dagli studi tradizionali dell’Occidente a quelli delle civiltà dell’Estremo Oriente.

Evola ricerca quella capacità di infatuare, di far sognare, propria di tutte le grandi narrazioni (e non solo di tutti i fascismi) che, come detto, non vengono da sole, ma devono essere istruite, costruite frase per frase, in un tutto che non sia necessariamente razionale, ma tuttavia dotato di una sua logica interna, anche – se non soprattutto – emotiva. Si ricollega, decisamente, alle forme del pensiero tradizionale, per lo meno per come a noi è arrivato, ed evoca, ad esempio, un “imperialismo pagano” (1928), proprio nel periodo della firma dei Patti Lateranensi, destando qualche antipatia e perplessità da parte del regime fascista.

Di certo la sua ricerca tradizionalista è influenzata dalla sua origine sociale. In veste di nobile facoltoso, certamente aveva tutto l’interesse ad essere conservatore di un ordine sociale che l’aveva visto in posizione favorevole, come un vincitore, rispetto alla maggior parte della popolazione, decisamente subalterna e vinta. Con linguaggio a noi contemporaneo, potremmo dire si trattasse di “conflitto d’interessi”. Ma non è tutto. Una particolare attenzione meritano soprattutto, a mio avviso, le sue ricerche sulle culture e la spiritualità dell’Estremo Oriente.

Negli anni ’30 si dedica a studi e ricerche sul simbolismo, sullo spiritualismo e sull’alchimia. Le sue posizioni politiche, pubblicate sulle riviste fasciste dell’epoca, sono improntate all’antisemitismo ed al fascismo più intransigenti. Diventa collaboratore dello Sicherheist Dienst, il servizio di sicurezza delle SS, dalle cui mani non si usciva spesso vivi, aderisce alla RSI con posizioni aristocratiche e reazionarie, dopotutto è ancora una volta la sua origine sociale, in quanto rappresentante di quella aristocrazia tuttora sopravvivente alla sconfitta subita per mano della borghesia capitalistica, ad essere fondamentale, ad essere il tessuto etico dell’uomo.

Rimane paralizzato agli arti inferiori in seguito ad un bombardamento su Vienna, dove si trovava. Torna a Roma e continua la sua attività di sostegno ai movimenti della destra italiana. Viene indicato dai giudici, come il padre spiriturale dei FAR, Fasci di Azione Rivoluzionaria-Legione nera, che nei primi anni ’50 mette a segno alcuni attentati dinamitardi a Roma. Continua a scrivere rafforzando i concetti di cui si è sempre fatto portavoce: tradizione, gerarchia, disuguaglianza.

È, tuttavia, un suo libro in particolare che voglio analizzare. Ne Il libro della Via e della Virtù, del 1923, Evola scandaglia la storia e le persone che hanno prodotto, propagato e si sono incontrate con questa filosofia. Evola, per il suo lavoro, sembra aver utilizzato il lavoro di Alexander Ular, Die Bahn un der Rechte Weg des Lao-tse, ed afferma di esser stato aiutato da un non meglio identificato “informatore cinese”, tale “He-sing”. Inoltre; nel redigere la sua versione o commentario del Tao teh-ching si rifà anche a Plaenckner, a quella francese del Julien, all’inglese del Legge, ed all’italiana dell’Evans. Nonostante Evola non sia divenuto famoso per aver aggiunto particolari nozioni filosofiche, bisogna riconoscergli una certa profondità d’indagine che, in questo testo, assume le vesti di una lettura scorrevole ed informata, pur se trattante temi vasti ed inesauribili come quelli inerenti una cultura come quella cinese.

Nell’introduzione a questo libro, Evola, dimostra tutta la sua appassionata ammirazione per il grande cinese, soprattutto per ciò che concerne la ricerca dell’Individuo Assoluto, il Perfetto. Certo, io che sono di formazione innanzitutto marxista, non trovo sufficiente la sua visione così astratta e totalizzante di individuo, a sè stante e priva di collegamenti con la dimensione circostante, una visione che tuttavia riconosco essere carezzevole per ogni personalità egocentrica. Ad ogni modo, Evola, oltre a criticare quasi tutto lo spettro del pensiero filosofico che richiama come testimone della sua ricerca, ammette la sua simpatia per la controversa Scuola di Tubinga, “traduttrice” materialistica del testo biblico, a prescindere dal contenuto divino, la cui verità è “che nel Dio l’uomo proietta quell’assoluto che ancora non osa attribuirsi”. Qui c’è un punto di contatto col taoismo, ci spiega Evola. Tuttavia, il testo evoliano non è un saggio sul taoismo, ma piuttosto una traduzione e/o una riproposizione, secondo Evola, del testo di Lao Tze, un commentario – in un certo senso – dello stesso, dove tutto si limita proprio in quel perimetro e l’unico mini-saggio del pensiero di Evola è, appunto, proprio l’introduzione. Una piccola delusione, per quanto mi riguarda, che di pensiero orientale sono abbastanza curioso.

Spostandoci dall’Oriente per ritornare ai patri lidi, Evola è anche famoso per le ricerche sulla romanità, soprattutto quando si parla di quella feconda fusione tra costruzione statale, simbologia e contenuti di un mondo che in sé conteneva tutta la finitezza degli organismi viventi. A suo parziale discapito va detto che, di certo, la romanità non era molto assimilabile a quella fascista ed all’organizzazione statale di quel regime, visto che quella antica era la meno nazionalistica possibile, intesa secondo i nostri parametri di oggi, mentre quella moderna vantava ormai una tale compenetrazione di variabili diverse che sarebbe stato impossibile riproporre anche uno solo dei parametri sognati da Evola. In considerazione del fatto, in aggiunta, che i secoli che separavano le due visioni avevano visto il sorgere, all’interno ed all’esterno del bacino del Mediterraneo di nuovi attori politici, che incentravano la propria azione politica proprio sul nazionalismo, spesso non inferiore a quello del fascismo italiano.

Evola, tuttavia, intendeva qualcos’altro quando si riferiva a quelle architravi culturali: intendeva l’assoluto, l’eterno che si ripete, il non storicizzato e non storicizzabile. Qualcosa che potesse essere portato a testimone della sua visione di un’ontologia trascendentale con la quale aveva ingaggiato la sua lotta personale, nell’intento di vederla confermata.

Ecco, è proprio su questi temi che non lo seguo, nella sua mancanza di un’analisi dei fatti che non sia puramente fideistica ed astratta. Quando parlo di visione, intendo anche allucinazione, una percezione comune ad una generazione, quella del ‘900, che ha voluto rifare il mondo da capo – ed io penso ancora fermamente che il socialismo fosse più umano del nazifascismo, ma anche del capitalismo – su sponde diverse e contrapposte, ma che dal mondo è stata massacrata, soprattutto umanamente, anche ponendosi innuna situazione obiettivamente delicata. Tuttavia, anche le allucinazioni possono assumere forme e sostanziarsi diversamente e quelle di Evola avevano a che fare con la razionalizzazione di ogni forma di ingiustizia, gerarchizzazione dei rapporti umani e sopraffazione, esattamente come da lui stesso ammesso. Cosa di cui andrebbe giustamente – dalla sua prospettiva – orgoglioso.

Julius Evola viene a mancare nel 1974.

Be the first to comment on "Appunti su Julius Evola ed “Il libro della via e della virtù” di Lao Tse."

Leave a comment