Abnormemente normale. Omicidio seriale e società ingiusta.

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Alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America,

a Chi di competenza

e p.c. al Parole Board .

22 Agosto 2012.

Il mio nome è Eugene Zadros, matricola 23156887 del penitenziario di Folsom, condannato all’iniezione letale per essere stato giudicato colpevole di alcune decine di omicidi seriali. Un giornalista di nome Anthony Delgado Ruiz mi suggerì di inviarne copia a Voi, nella speranza potesse tornare utile al Vostro Ufficio così impegnato nel giudicare ogni sorta di delitti. A dire il vero, il suddetto giornalista, aveva in cuor suo la speranza che Voi poteste giudicare il mio gesto come il risultato di un processo di guarigione e di reinserimento compiuti da un detenuto di lungo corso attraverso lo studio di una fenomenologia criminale che lo ha visto protagonista per la parte che gli compete; tra l’altro condannato alla pena capitale. Qui in carcere, forse anche grazie a Voi, ho studiato, ho conosciuto delle cose nuove come sicuramente mai lo avevo fatto in tutta la mia esistenza. La mia esistenza è stata, ve l’assicuro, atroce: sono stato catapultato in una sorta di infernale arena dove gladiatori brutali facevano il loro gioco, senza armi se non il mio gracile corpo non ancora maturo e un primitivo istinto di sopravvivenza.

Per quanto mi riguarda me, non Vi spedisco di certo queste pagine con lo scopo di impietosirVi. Lo so che ciò non sarebbe né giusto né, tantomeno, possibile. Prendetelo come un dono, un regalo da parte di uno che crede di aver capito le ragioni e le determinazioni dell’azione criminale reiterata contro persone per lo più inermi.

Perciò, il testo che segue è un approccio non definitivo, purtuttavia sistematico, ad un fenomeno criminale che si è guadagnato la nostra attenzione in particolar modo a partire dagli anni ’80: quello, appunto, degli omicidi in serie. Per queste ragioni di non definitività, il testo stesso, fatalmente, andrà soggetto a possibili aggiornamenti e correzioni. In esso si tenta di dare delle risposte a domande fondamentali quali: perché questo sviluppo esponenziale del fenomeno serial killers negli ultimi decenni? Da dove nasce e perché si manifesta proprio in queste modalità?

Da fonti ufficiali si apprende che i primi 3 paesi dove il fenomeno si manifesta sono: USA, GB, Italia. Anche l’Italia, quello che i suoi abitanti amano definire “il bel paese”, può vantare un primato internazionale in questo senso. Tuttavia, il fenomeno va quantitativamente e qualitativamente inquadrato meglio. Quasi il 90% (per l’esattezza l’84%) dei serial killers sono localizzati negli Stati Uniti, nonostante gli statunitensi rappresentino il 5% scarso della popolazione mondiale. Il fenomeno è legato strettamente alla modernità e al suo sviluppo che si localizza nell’Occidente per poi espandersi attraverso l’universalizzazione del proprio modo di produzione e del proprio stile di vita. Infatti, i paesi non industrializzati e poco urbanizzati non presentano una rilevanza (estensione e frequenza) del fenomeno paragonabile a quelli che non lo sono. Con la modernità il fenomeno si muove in parallelo concentrandosi in quantità e qualità laddove essa è, o “vuole essere”, più avanzata e cioè, appunto, negli USA.

Di omicidi in serie vi è traccia anche in epoche assai remote rispetto alla nostra, segno di una ricorrenza del fenomeno che lo lega inequivocabilmente alla dimensione umana, in particolar modo a quella sociale e relazionale, ma altrettanto indubbiamente la sua frequenza è andata aumentando considerevolmente col tempo raggiungendo livelli di problematicità sociale (e sociologica) da doversi affrontare con la dovuta serietà di approccio ed adeguati strumenti culturali. Nel redigere queste considerazioni introduttive bisogna chiarire un paio di cose. L’imporsi del fenomeno non è giustificato e/o del tutto reso possibile dalla capacità/volontà di una catalogazione di esso, né dalla fagocitazione e manipolazione mediatica, attraverso i mezzi tecnici sofisticati di cui si è dotati oggi, in confronto alla mancanza di questi strumenti nel passato, soprattutto in quello remoto. Ciò è vero, innanzitutto, perché le cronache, anche antiche, hanno lasciato traccia di questa fenomenologia, mentre il suo espandersi non ha nulla a che vedere con la nostra pura e semplice volontà, in quanto società sviluppata, di parlarne e classificarlo. Lo sviluppo tecnico delle fonti d’informazione non sono una spiegazione sufficiente a rendere conto del fenomeno. Il fenomeno non nasce dalle sovrastrutture della società, pur esprimendone l’origine e il segno culturale, bensì dalla concretezza strutturale dei rapporti sociali in tutta la loro cruda materialità. A conferma di ciò, vorrei solo farvi notare che, comunque, il fenomeno non sale alla ribalta delle cronache se non molto di rado e magari in concomitanza alla necessità di occultare, coprire altre notizie o informazioni.

Come definire il serial killer? La definizione universalmente accettata ci viene data dall’FBI nel “Crime Classification Manual” e risale al 1992: “l’omicida seriale è colui il quale commette 3 o più omicidi in 3 o più località distinte, intervallate da un periodo di raffreddamento emozionale”. Da questa definizione, per esclusione, capiamo ciò che le è estranea. Tuttavia, bisogna ammettere che la distinzione, in sé e per sé, può non soddisfare del tutto e presentare qualche ombra di ambiguità e, talvolta, delle notevoli tentazioni speculative. Ad esempio c’è una qualche area di contatto tra i crimini ideologico/politico/religiosi ed il fenomeno serial-killers? Sappiamo, per esempio, che lo sviluppo delle capacità tecniche ed economiche dell’uomo si sono manifestate violentemente proprio nell’ultimo scorcio di storia; dal colonialismo a due guerre mondiali fino ad oggi, per la conquista di mercati e (spesso non) dichiarati “spazi vitali” per ogni nazione che aspiri a riprodurre il proprio ruolo nel mondo reale. E su questo, spazi di libera scelta non ce ne stanno. La dichiarazione di politicità (includenti anche le espressioni religiose) delle motivazioni che hanno mosso i crimini sono da sole sufficienti a pronunciarsi in senso negativo sulla loro somiglianza con l’omicidio seriale? Ciò che è accaduto nei lager, nei gulag, nella Cambogia di Pol Pot, nelle camere di tortura di Cile ed Argentina durante gli anni in cui le giunte militari avevano spinto a tavoletta sull’acceleratore della lotta contro oppositori veri e presunti, non ha proprio nulla in comune con l’omicidio seriale? L’omicida seriale infatti non è necessariamente solitario, a volte lavora in gruppo e a volte, ancora, sente imposizioni dall’alto da parte di divinità o presenze malvagie (o salvatrici) che gli ordinano di compiere quelle efferatezze. Fra gli omicidi seriali ci sono stati personaggi di diverse fedi politiche e religiose, talvolta dichiarate apertamente. Diversi sono i razzisti. Forse che la identificazione del serial killer in quanto tale, con le conseguenti condanne morali, sociali e quant’altro, dipende dalla mancanza di coperture ideologico/politico/religiose, atte ad inquadrarne con precisione i limiti di responsabilità? E, per contro, in virtù di questa carenza di possibilità di inquadramento la neo-categorizzazione “serial killer” riempie opportunamente un vuoto. Se l’ipotesi regge, allora dobbiamo ammettere che il fenomeno esiste come spiegazione sociologica di una realtà antropologica non nuova in assoluto, ma tale in relazione al piano qualitativo attraverso il quale si esprime. Quella della fine di grandi narrazioni che riescano ad includere le azioni umane (anche quelle violente) con tutte le loro complessità. Di sicuro, queste persone vengono dichiarate squilibrate o possedute da incomprensibili forze del male che sono anche contenitori comodi e versatili per “spiegare” certi fatti terribili, ma allora, come definire il distacco totale da ciò che veniva compiuto nelle camere a gas o nei gulag o nelle camere di tortura cilene e argentine o nelle scuole cattoliche e protestanti del Nord America ai danni degli indigeni, come ho già osservato sopra? È uno stacco e basta? Una scissione, un (possibile) fraintendimento, una distorsione di comportamenti, uno sciopero della coscienza personale e collettiva? No, credo che la cosa si spieghi come ho accennato prima, attraverso il codice sociologico applicato alla modificazione antropologica.

Il fenomeno dei serial killers è sociale, investe la società, membri di essa nel ruolo di carnefici o vittime. Quindi la dimensione del problema è sociale e la sua (auspicata, ma forse inattuabile) soluzione non può che essere in quella dimensione. Strategie di contenimento devono essere promulgate tenendo conto di essa.

Io non credo che gli errori e i limiti della posizione culturale dominante in Occidente, che investe anche la comprensione di questo fenomeno, sia un caso o il risultato di una volontaria cattiva interpretazione dei fatti. Intanto bisogna tracciare una prima separazione tra ricerca scientifica e cultura di massa, oggi così soggetta alla spettacolarizzazione mediatica. Le due cose non collimano. L’altra importante separazione si deve fare all’interno della stessa comunità scientifica di ricercatori. Vi sono parecchie articolazioni riguardo il fenomeno, all’interno di ogni paese, tra paese e paese, continente e continente. Gli Stati Uniti sono all’avanguardia su questo tema, è (in)utile ricordarlo.

Ma, muovendoci oltre le ovvie constatazioni su capacità, benemerenze, abilità, e così via, poniamo il caso che ci sia un “errore” epistemologico nella cultura occidentale. La fittizia separazione tra razionale (calcolo, scienza…) e irrazionale (arte, religione, sfera emozionale e segregazione del corpo…), predominio di razionalità e calcolo ritenuti unica possibilità di continuità del sistema della modernità e declassamento di tutto ciò che non lo è, dall’arte alla letteratura, alla danza. Le emozioni sono pericolose, nemiche del calcolo. Poniamo che la scissione si rifletta in ambito psicologico e culturale.

La tesi che mi sembra legittima è la seguente: il serial killer é il fenomeno-”cartina al tornasole” dello stato della società contemporanea. I serial killers sono, esattamente come la società che li genera, interclassisti ed interrazziali, interreligiosi ed interpolitici. Il mondo dei serial killers è tanto variegato quanto lo può essere quello delle “persone normali”. Tradiscono, quindi, lo schema di organizzazione sociale reale e mediato dalla nostra cultura dove, appunto, tutto ciò non solo è presente come un prodotto delle nostre relazioni sociali pervase dal mercato (con conseguente offerta di merci), ma è validamente sostenuto e riprodotto come ordine universale. Parliamo, allora, di un fenomeno sociale e non di un’aberrazione extra-sociale. Esso nasce dall’umano, non è extra-umano o, peggio, sovra-umano.

Sarebbe troppo facile, qui, per me, dare del fenomeno un giudizio negativo, anche in quanto parte direttamente coinvolta. Sarebbe del tutto scontato. Ma il punto non è quello di fare del facile moralismo. Ciò che di solito ci muove a formulare dei giudizi morali/etici su questo fenomeno è l’orrore che genera in noi. Ma dobbiamo cercare di essere ragionevoli e valutare quanto di questi fenomeni ci fa paura poiché riusciamo ad immedesimarci nelle loro azioni, sia come vittime sia in quanto carnefici.

In una collettività come la nostra che io non ho alcuna difficoltà a definire falsamente tollerante e democratica, tendente invece alla imposizione competitiva di modelli atti a raggiungere la miglior posizione nella scala sociale gerarchica, non possiamo né meravigliarci della presenza della violenza esplicita – non solo quella orizzontale alla base della piramide sociale, ma soprattutto quella verticale impunita proveniente dall’alto – né del fenomeno serial killers.

La violenza esplicita tuttavia è l’atto finale, catartico, di un lungo processo di selezione gerarchica della nostra comunità, dove una infinita serie di soprusi – perpetrati dai forti contro i deboli/inermi, in ogni specifico rapporto – salda in definitiva le sbarre della nostra gabbia comportamentale.

Con questo tipo di tendenza, come non pensare che ci sia qualcuno che la voglia ottimizzare, perfezionandola ai livelli più estremi? Non mi risulta, infatti, che i modelli costruiti e fatti assimilare a forza portino alla benevola fratellanza universale, visto che tutti gli uomini vengono separati nelle loro funzioni ed interessi vitali, posti uno contro l’altro, l’uno strumento di possibile frustrazione dei bisogni dell’altro.

In una realtà in cui l’umano (nelle sue molteplici forme) è tendenzialmente svalorizzato, omologato, meccanizzato, come non pensare che qualcuno non ne viva concretamente la condizione e non si comporti di conseguenza?

Peraltro, aprendo una breve parentesi, la mostruosa consequenzialità relazionale manifestata dal serial killer è uno dei modi, quello preso qui opportunisticamente ad esempio, più eclatanti, ma ne esistono altri, di combattere il prossimo nostro, molti dei quali legittimati dall’ideologia (anche religiosa) o dal mero interesse economico. Pur trattandosi di un “killeraggio pulito”, magari operato dalla tastiera di un computer di una grande società finanziaria. Pertanto, l’umano come oggetto di consumo per me, le mie voglie, i miei bisogni. “alti” o bassi che siano..

Qui si impongono altre considerazioni. Notiamo che il terreno alla violenza criminale è preparato da una molteplicità di messaggi culturali, su tutti i media. Ad esempio, è singolarmente esplicativa l’esplosione del porno (innanzitutto sul web); la distruzione sistematica dell’immagine della donna, in quanto essere autonomo e pensante, e la sua oggettivazione nel mentre, specularmente, all’uomo viene riservato l’eterno ruolo di kapò (magari democratico, cribbio!) di un universo concentrazionario…poiché il “pensiero unico” e tutti gli sforzi profusi per farlo rimanere centrale, fatalmente non può ridursi che a questo; la celebrazione totale del potere e la violenta denigrazione di chi lo critica, alla quale non si impongono volutamente dei limiti, preparando prima e ultimando poi l’inglobamento di essi e di ogni opposizione nell’alveo del potere. In tutti questi processi che accompagnano l’industrializzazione della nostra epoca e della nostra società e ne stuprano gli spazi non ancora colonizzati, si nota la meccanizzazione dell’umano, la sua riduzione a soldato de-cerebrato, automa, macchina consenziente a tutto ciò che gli viene intimato senza reagire, poiché non è (e non deve essere) “affar suo”. Ottimo esempio di parcellizzazione della coscienza che, a livello di cultura, è un marchio di fabbrica molto, molto, occidentale. Esattamente come le distinzioni, i dualismi e le dicotomie. La politica della scissione versus quella dell’unità. Innanzitutto da sé stessi, dal proprio corpo e dalla propria coscienza.

La pornificazione di massa (e ne parlo visto che una componente del fenomeno serial killers ha una dimensione sessuale riconosciuta) avvenuta negli ultimi decenni e fatta passare per “libera, moderna scelta” di una società “avanzata e democratica” è il luogo dove l’omologazione dei messaggi è stata probabilmente più decisa. Corpi modellati secondo uno schema industriale da fabbrica di polli, azioni ripetitive e prive di qualsiasi inventiva, uomini ridotti a schiavizzatori con falli improbi e donne loro schiave autodefinentesi “troie”, sono le premesse per il confezionamento, l’invio sul mercato e il veloce consumo di merci facilmente sostituibili perché fortemente degradate e degradabili. Con il corollario di violenze che quell’ambiente si porta dietro. Inoltre, le poche volte che vediamo donne dominatrici, esse ripropongono lo schema del dominio per definizione: quello maschile. E le donne stesse, comprese le ridicole vestigia sopravviventi del femminismo, non riescono ad uscirne.

I media di massa, e in particolare la TV, hanno una forte responsabilità nella degradazione della donna ad oggetto di contorno del mondo dominante maschile (e chi non ci sta o è gay o è una “femmina”), ma anche dell’ingabbiamento dell’uomo in ruoli sempre più ristretti, omologati, violenti. In tutto questo i media sono stati il braccio ideologico operativo del nuovo potere che stava costruendo “questo nuovo tipo di società”.

È dall’alto che i processi sono stati decisi e resi operanti. A noi rimane la responsabilità di averli accettati, terrorizzati dal rimanere fuori dalle “magnifiche sorti e progressive” del sistema.

Un’altra notazione importante da fare è sul dualismo vittima/carnefice, i cui ruoli soffrono di una certa intercambiabilità. Questo dualismo e la violenza che lo sottende sono una sorta di diapason delle vibrazioni che pervadono il nostro mondo.

Soffermarci per un momento sulle rappresentazioni che i media danno del maschile e del femminile ci può aiutare a comprendere lo schema vittima/carnefice nel quale siamo incastrati. Un serial killer che sia provvisto di una qualsiasi motivazione per le proprie azioni compresa la loro assenza, non fa che trarre conseguenze estreme dallo schema, portando la scissione dei ruoli alla massima divaricazione.

Per approfondire ulteriormente l’argomento dobbiamo andare a monte, risalire alle origini della nostra società attuale che è, appunto, figlia della modernità. Il ricorso ad una critica della modernità al fine di spiegare determinati fenomeni sociali non deve indurre a credere che chi scrive sia permeato di spirito antimoderno. Tutt’altro: credo che i rimedi alle problematiche conseguenti la modernità siano da cercare all’interno di essa, liberandone tutte le possibilità inespresse. L’errore epistemologico della tradizione occidentale, di cui io sono un convinto assertore, risiede nella distinzione tra ciò che è conoscenza e ciò che non lo è. Durante il processo di sviluppo dell’industrializzazione capitalistica, i sistemi simbolici come la religione, la sessualità o le arti, anche se sono stati socialmente organizzati secondo regole di classificazione e patterns semantici, sono stati separati dalle scienze naturali, dal pensiero matematico e simili, perché nell’immaginario della classe dominante, le emozioni e il corpo dovevano essere separate dal resto. Per costruire un sistema “razionale” come quello in cui viviamo (razionale non in assoluto, ma unicamente per gli scopi che vi si perseguono) chi guidava il processo doveva essere sicuro che l’emozionalità di quegli aspetti della espressione simbolica che riguardano il corpo e la materialità, fosse segregata. Si sa che le emozioni possono rappresentare un pericolo per il potere che si avvale, invece, di astrazioni logiche quali il “bene supremo” la “superiore ratio”, “l’interesse comune” per riprodurre sé stesso. Nel mentre, ancora, taglia fuori, oggettivandoli, enormi masse di umani che debbono accontentarsi di ciò mentre sentono tutt’altro nel proprio cuore, soffrendone ed accartocciandosi sulle proprie sofferenze. In parallelo, come corollario mai troppo preso sul serio, vi è il primato logocentrico della nostra cultura, di cui né io né lei siamo direttamente se non nella misura in cui non riusciamo ad emendarne la brutale centralità.

Tornando ai serial killers e per concludere la mia missiva, è evidente che: 1) il primato del logos sia come ratio che come segno, attraverso il rituale (sia esso sessuale o altro) è un connotato insostituibile del loro crimine; 2) essi rappresentano al meglio il distacco dell’uomo da sé stesso, di colui che nel possesso estremo di emozioni e corporalità le aliena del tutto. Corpo che ha in sorte di essere distrutto, massacrato, attraverso un ampio spettro di devastante violenza.

In sintesi, il fenomeno dei serial killers parla molto chiaramente del nostro mondo e della nostra cultura, parlando in definitiva di noi stessi a tutti noi. Il serial killer è l’anello debole della catena, punto di rottura della stessa o rinsaldamento della stessa? Io credo che il serial killer, uomo o donna che sia, la rafforza, terrorizzando, vittima egli stesso del meccanismo, confermando con i suoi crimini la bontà del sistema di cui, apparentemente, infrange le regole di convivenza, in un apparente atto di estrema ribellione ad esse…

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